C.P.
Che il settore dell’editoria sia in difficoltà è un fatto ormai assodato, ciò che dobbiamo domandarci è se il futuro dei giornali, del giornalismo e, in generale, dell’editoria, sarà sempre più nero. Dati alla mano il settore non se la sta passando benissimo: secondo Maurizio Costa, presidente della Fieg, in un’intervista al Sole 24 Ore, “sono stati persi 50% dei ricavi negli ultimi 10 anni”. Difficoltà innegabili ha spiegato che possiamo comprendere più nel dettaglio analizzando i dati del rapporto Istat “Noi Italia”. Nel 2016 la quota di lettori di quotidiani, per la maggioranza uomini e adulti, ha subito un forte calo. E’ calata sia la quota di persone che leggono quotidiani (43,9%, dal massimo di 58,3% del 2006 e da 47,1% del 2015) sia quella di chi legge libri (40,5%, dal 42,0% del 2015). Si conferma invece in aumento l’utilizzo del web per la lettura di notizie, giornali o riviste; tra i giovani di 20-24 anni il 53,9% va su Internet a questo scopo.
Eppure il presidente della Fieg è fiducioso. “Non condivido chi vede solo nero nel futuro dei giornali e del giornalismo. Credo viceversa che l’editoria professionale abbia un futuro e che il suo sia un ruolo più che mai necessario”. Per diritto di cronaca, infatti, bisogna dire che, sempre secondo l’Audipress, i quotidiani superano 26 milioni di letture ogni giorno (per 17.367.000 lettori), mentre nel comparto periodici, ogni settimana si raggiungono quasi 25 milioni di letture per le testate settimanali e ogni mese si superano i 24 milioni di letture anche per le testate mensili.
Il governo tenta di correre ai ripari con qualche misura inserita nella Manovra, “un passo avanti” secondo Costa, ma che “non basterà a risolvere la crisi del settore”. In particolare si prevede il credito d’imposta al 75% per le imprese e i lavoratori autonomi che investono in campagne pubblicitarie su quotidiani, periodici e sulle emittenti TV e radio locali e sostegno alle nuove imprese editoriali. Inoltre, Palazzo Chigi varerà annualmente un bando per l’assegnazione di finanziamenti alle imprese editrici di nuova costituzione a vocazione digital. Ci sono poi 45 milioni per i prepensionamenti dei giornalisti, mentre basterà la Scia (la segnalazione certificata di inizio attività) per aprire nuove edicole, anche a carattere stagionale. Gli orari di apertura, così come la possibilità di ampliare la merce offerta, andranno regolati in Conferenza unificata.
In termini di perdita dei posti di lavoro, però, bisogna fare qualcosa in più. L’occupazione, infatti, ha continuato a seguire anche nel 2016 il trend decrescente degli ultimi anni. Secondo i dati, presentati da Alessandro Nova, dell’Università Luigi Bocconi di Milano, in occasione della Fiera dell’editoria, l’occupazione diretta è di circa 197.600 addetti nel 2016 (erano 244.668 nel 2007), -0.5% rispetto al 2015. A soffrire maggiormente è il comparto della stampa, cartotecnica e trasformazione che vede passare il numero di persone che vi lavorano da 178.805 del 2007 a 142.621 nel 2016. Per quanto riguarda quotidiani e periodici il numero di giornalisti impiegati crolla del 37.7% passando dai 17.063 del 2007 a 10.625 nel 2016. Numeri ai quali vanno aggiunte le circa 10mila edicole chiuse nell’ultimo decennio. C’è poi la questione dei contratti di lavoro, sui quali il presidente Costa sottolinea che “le trattative sono in stallo”, auspicando che “di fronte a una crisi come quella che sta colpendo il mondo dell’editoria ci sia piena consapevolezza e responsabilità da parte di tutti i soggetti per riprendere in termini costruttivi un dialogo che si è interrotto”.
Come molti settori, dunque, anche quello editoriale sta subendo una crisi che nasce non solo da una matrice di tipo economico, ma anche culturale ovvero la forte diffusione dei social media che hanno influenzato, e spesso sostituito, anche il giornalismo. “Non direi che i social si possano definire come strumenti di informazione. Gli editori – spiega Costa – sono e devono essere sempre di più i protagonisti della società dell’informazione; i social lo sono invece della ‘società della conversazione’. E la società dell’informazione può recuperare lo spazio che le compete puntando su qualità e credibilità del giornalismo”.