di Francesca Novelli

 

Quando il 18 aprile la premier britannica Theresa May annunciò le elezioni anticipate dell’8 giugno, era molto sicura di sé. Ora un po’ meno.

“La Brexit è nell’interesse nazionale ma gli altri partiti si oppongono”, spiegò con tono perentorio la sua scelta, pur assunta “con riluttanza”, mostrandosi convinta di poter confidare sul sentimento pro-Brexit della maggioranza della sua nazione. Dunque elezioni anticipate necessarie, a suo avviso, “per garantire certezza e stabilità negli anni a venire” e per far fronte al clima di “divisione” seminato dalle opposizioni laburista, libdem e indipendentista scozzese a Westminster. Effettivamente le non poche forze contrarie alla Brexit, una stampa nazionale e internazionale schierate per il ‘Remain’, una parte del mondo finanziario scarsamente incline all’uscita della Gran Bretagna dalla Ue – o comunque sempre pronto a speculare su tutto – avrebbero rischiato di indebolire Theresa May in un duro negoziato con la Ue.

Ma secondo il politologo britannico John Curtice, che definì la scelta di Theresa May delle elezioni anticipate “un azzardo calcolato, ma pur sempre un azzardo”, i problemi stanno anche altrove.  In casa ovviamente, come spesso accade in tutte le migliori famiglie: “Dobbiamo tenere a mente che May vuole andare alle urne per incassare il sostegno degli elettori alla sua visione della Brexit – osservava Curtice – e questo potrebbe non piacere ad alcuni Tories (cioè a rappresentanti del suo stesso partito)”.

Quale potrebbe essere esattamente il rischio? Di restare delusa rispetto alle grandi aspettative suffragate dai sondaggi del mese aprile. Per il politologo, infatti, guardando alla media delle rilevazioni, che ad aprile vedevano i Tories al 42% e il Labour al 27%, non ci dovrebbe essere partita e le elezioni si dovrebbero tradurre in un trionfo per la premier. “Ma ci sono una serie di fattori che potrebbero avere influenza sul risultato finale” disperdendo la forza del partito della premier a causa di intere regioni, come la Scozia e l’Irlanda del Nord, in cui sono i movimenti locali ad essere protagonisti.

Così, ciò che un mese fa sembrava impossibile per Jeremy Corbin, leader del Labour, il quale, essendosi schierato per il ‘remain’, dopo il referendum sulla Brexit ha quasi rischiato di sparire dalla scena politica inglese, ora sta diventando possibile: vacilla di giorno in giorno la scommessa di una vittoria a mani basse per il partito conservatore. L’ultimo sondaggio di Survation, per Itv, il 31 maggio ha indicato che la risalita del Labour continua con un guadagno di 3 punti in una settimana, fino al 37%, ormai non troppo lontano dal 43 del partito di governo.

Theresa May appare adesso distante dal ritratto di “donna maledettamente intrattabile” (bloody difficult woman) affibbiatole dal suo stesso partito. Il segnale che qualcosa si è incrinato, dunque, più che nei sondaggi sta nei comportamenti: May non si presenterà al dibattito elettorale in tv con tutti i candidati, al suo posto ci andrà il ministro dell’Interno, Amber Rudd; è notizia di ieri l’appoggio del Financial Times per la premier. Il giornale della City non a caso ha scelto il momento più difficile dei Tories nei sondaggi per esprimere la sua preferenza. Cosa augurarsi, cosa aspettarsi?

Come sappiamo bene in Italia, i sondaggi spesso sbagliano. Dovremmo inoltre augurarci che, dopo la vittoria di Macron e della Merkel alle recenti elezioni amministrative, non si dovesse aggiungere un altro colpo di scena: una vittoria di Pirro del primo ministro impossibilitato a seguire non ‘semplicemente’ una linea dura ma qualsiasi sua linea, perché non in possesso di sufficiente maggioranza per decidere. Il rischio è che ciò possa far vincere indirettamente la strategia di quella Ue, di quei burocrati e di quegli europeisti a cui piace tanto l’austerità.

Staremo a vedere, in politica i conti non tornano quasi mai.