di Barbara Faccenda
L’attacco armato degli Stati Uniti contro la base area di Shayrat nell’ovest della provincia siriana di Homs potrebbe essere inquadrato alla luce di tre aspetti fondamentali: il rispetto del diritto internazionale, le linee di politica estera dell’amministrazione Trump e la pianificazione del post-conflitto in Siria.
L’utilizzo di armi chimiche del tipo impiegate a Khan Sheikhoun nella provincia di Idlib è una violazione dal diritto internazionale, così come lo è la rappresaglia armata.
Il perpetuatore dell’attacco chimico è ignoto, congetture finora hanno puntato il dito ad Assad, ma chi ci dice che non sia stato lo “Stato islamico”? La progressiva perdita di aeree in Siria ed in Iraq con tutta probabilità può intensificare la determinazione da parte del gruppo estremista ad ampliare gli effetti degli strumenti che ha a disposizione, possibilmente combinando la tattica del terrorismo alla guerra biologica. Non è da escludere completamente che lo “Stato islamico” possa trovare un modo per utilizzare la tecnologia moderna per sviluppare armi biologiche di nuova generazione. Sebbene non sembra aver acquisito una capacità effettiva di guerra biologica, ne sta cercando una e chi può escludere, senza ombra di dubbio, che non sia stato quello un tentativo di provare ciò di cui dispone?
Sebbene non si possa giustificare l’utilizzo della rappresaglia armata come violazione del diritto internazionale, Trump ha tentato di farlo scandalizzandosi per i minori morti. Dall’inizio della guerra civile in Siria sono morti circa 55 mila bambini, per mano anche dei gruppi che gli Stati Uniti hanno finanziato ed armato. Ci sembra, dunque questa narrativa di Washington del tutto fuori contesto, considerando la morte di bambini attraverso armi da fuoco, bombe, esecrabile allo stesso modo che a seguito dell’utilizzo di armi chimiche.
La politica estera di Trump in Medio Oriente
La linea di politica estera del Presidente Trump si iniziava a chiarire con l’incontro del presidente americano con il presidente egizianoel-Sissi. Se il presidente Obama aveva sempre tenuto el-Sissi a distanza, preoccupato per le violazioni dei diritti umani in Egitto e per il suo stile di governo autoritario, Trump invece non poteva essere più deliberato nel suo abbraccio al presidente egiziano, dichiarando: “el- Sissi ha fatto un fantastico lavoro, in una situazione molto difficile”. Da questo punto Trump conferma che nella sua amministrazione, non dedicherà molto tempo a punire il Medio Oriente e ogni altro governo su questioni di democrazia o di diritti umani. La regione del Golfo potrebbe essere la parte del mondo al di fuori degli Stati Uniti dove è più facile trovare un “entusiasmo senza fronzoli” per l’amministrazione Trump.
Il Medio Oriente è familiare con uomini forti e ha mostrato poca pazienza per l’idealismo. I sostenitori arabi di Trump si aspettano una riaffermazione della potenza americana in nome di alleanze tradizionali e di una svolta contro l’Iran, che loro vedono come una potenza pericolosa con l’intento di minare l’ordine esistente. Quindi l’incontro di Trump con el-Sissi, a cui Obama aveva essenzialmente vietato di visitare la Casa Bianca, ci aveva offerto presumibilmente la più drammatica conferma che Trump non stava fingendo quando dichiarava che intendeva compiere un’inversione ad-U rispetto alla politica di Obama in Medio Oriente. Non si preoccuperà della democrazia e dei diritti umani e del diritto internazionale.
Secondo Trump la forza militare fornisce risultati molto più rapidi. La sua formula è semplice: la presenza e l’utilizzo della forza armata americana ostacolerà gli avversari abbastanza da permettere agli Stati Uniti di muoversi e focalizzarsi sulla stringente agenda domestica.
Vincere la pace è spesso più difficile che vincere la guerra, soprattutto se consideriamo i casi di post-conflitto dell’Afghanistan e dell’Iraq. Non si registrano segnali di una preparazione e pianificazione delle sfide del post-conflitto ovvero per eventuali disaccordi con i partner regionali.
Le spinte dei gruppi jihadisti in vuoti prolungati di potere
Il pericolo sempre più crescente e reale è che queste azioni prive di strategia pianificata siano un beneficio per i gruppi jihadisti presenti in Siria e presumibilmente per composizioni come JabhatFateh al Sham (Fronte per la conquista del Levante), rebrand del gruppo Jabhat al Nusra affiliato di Al Qaeda in Siria, emerso nell’ultimo periodo come protettore chiave dei civili bombardati dai russi e dalle forze governative. Il vuoto di potere potrebbe essere presumibilmente riempito proprio da questo tipo di attori, in assenza di una strategia post-conflitto e post-Assad pianificata in anticipo.