di Antonella Marano

 

L’innovazione legata ad una formazione continua dovrebbero essere viste più come un investimento che come un costo.

La crescita e l’innovazione tecnologica sono una opportunità, anche sotto il profilo occupazionale, purché siano messi in campo degli strumenti – dalla risorse per la formazione all’attuazione dell’articolo 46 della Costituzione sulla partecipazione dei lavoratori per favorire relazioni industriali più efficaci ed efficienti – con l’obiettivo di monitorare e guidare il cambiamento sia nel pubblico che nel settore privato.

Proprio di quest’argomento se ne è discusso oggi presso la sede del Cnel. Per l’Ugl era presente il segretario confederale Fiovo Bitti che reputa prioritario il binomio innovazione/lavoro. Si tratta, ha spiegato durante il suo intervento in aula, “di una partita complessa nella quale la pubblica amministrazione ha un ruolo decisivo in ordine al personale dipendente e quale interfaccia con il sistema produttivo e i cittadini. Purtroppo – ha precisato –  è proprio nella pubblica amministrazione che è mancata la volontà di procedere alla riqualificazione del personale dipendente alla luce delle innovazioni tecnologiche così come non vi è stato negli anni un adeguamento della strumentazione a disposizione del personale, soprattutto negli enti locali”.

Il mancato adeguamento delle competenze professionali alle innovazioni tecnologiche oggi, fortunatamente, nel pubblico impiego non ha ancora effetti sotto il profilo occupazionale; le conseguenze negative si hanno, però, in un’ottica di misurazione della performance: personale non formato ha sicuramente maggiori difficoltà a conseguire gli obiettivi di produttività propri della contrattazione collettiva di secondo livello.

In Italia, fra il 6 e l’8% della popolazione fra i 25 e i 64 anni fruisce di corsi di formazione, in linea con la Germania, ma quasi tre punti percentuali sotto rispetto alla media europea e lontano dai 10 ai 20 punti percentuali con i Paesi scandinavi.

Il decreto legislativo 150/2015 (relativo alle disposizioni per il riordino della normativa in materia di servizi per il lavoro e le politiche attive) insiste sul patto di servizio personalizzato e sugli elementi di condizionalità, due aspetti che da soli non sono sufficienti, considerando che spesso il personale disoccupato è impossibilitato a partecipare proprio per carenza di corsi di formazione.

“Lo scenario attuale  – ha spiegato Bitti – è quello di una Germania, già in forte surplus commerciale (252 miliardi, circa 90 miliardi in più rispetto al periodo pre-crisi), proiettata decisamente verso i paradigmi di Industria 4.0, con un governo attento agli investimenti e le imprese che possono contare su relazioni industriali partecipative per gestire la transizione insieme alle organizzazioni sindacali. Il primo risultato è che, mentre in Italia si riduce la componente manifatturiera del prodotto interno lordo, in Germania la stessa è salita al 23%, ben oltre l’obiettivo preventivato del 20% al termine del decennio in corso”.

Se l’Europa procede in ordine sparso, l’Italia, e questo è il secondo campo di gioco, si presenta in forte ritardo, al di là di alcune esperienze positive, ma anche con alcune uscite improvvide come la manifesta volontà di Eni di dismettere la propria partecipazione in Versalis che rappresenta, a ragione, la chimica in Italia.

Più in generale, è in discussione il ruolo di guida del soggetto pubblico nel passaggio alla quarta rivoluzione industriale. Si pensi alla cessione di quote in Poste italiane, in Enav e in Ferrovie dello Stato, tutte infrastrutture strategiche, o alla gestione di Sogei (società partecipata del Ministero dell’economia che si occupa di digitalizzazione del Paese). Tutto questo, mentre, come si è già evidenziato, poco o nulla si sta facendo per modernizzare realmente la pubblica amministrazione o per rafforzare le politiche attive.

“Sicuramente un ruolo importante lo giocano le imprese e la sicurezza individuale e collettiva. In questo senso – ha spiegato Bitti – la diffusione dell’internet delle cose presuppone forti investimenti in termini di contrasto dei fenomeni di hackeraggio e di terrorismo cibernetico”.

In definitiva, si sono aperti degli scenari complessi da analizzare e da gestire, rispetto ai quali si guarda con estremo timore alla capacità del Paese di reagire in maniera coerente. Globalizzazione e crisi economica hanno inferto un duro colpo al nostro sistema produttivo, con la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro e la desertificazione industriale di intere aree geografiche. In assenza di un ruolo guida dello Stato e degli investimenti da parte delle imprese, l’avvento di Industria 4.0 non potrà essere l’occasione attesa per il rilancio dell’economia e dell’occupazione.

Insieme alle parti sociali, i protagonisti del dibattito sono stati: Bruno Busacca, capo segreteria tecnica segreteria tecnica del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Delio Napoleone, Presidente Cnel, Giuseppe Pennisi, Presidente Commissione speciale dell’Informazione, Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi Impresa Lavoro, Salvatore Zecchini, membro commissione Ocse per le piccole e medie imprese, Paolo Reboani Espert, Istat. Ha moderato il dibattito Gian Paolo Galuaccini, Vice presidente del Cnel.

Sempre di Industria 4.0 se ne discuterà con il Governo il prossimo 19 aprile. Per l’Ugl sarà presente il segretario confederale Mario Carnevale insieme ad una delegazione del sindacato.