di Caterina Mangia
Altro che bamboccioni. Tra le difficoltà a trovare un’occupazione, la precarietà e i lavori poco e mal retribuiti , i giovani del 2020 faranno in tempo a “invecchiare” prima di potersi rendere autonomi.
Secondo uno studio presentato alla Luiss dalla fondazione Bruno Visentini, un ventenne nel 2020 faticherà diciotto lunghi anni per raggiungere l’indipendenza. Sarà ancora peggio nel 2030, quando gli anni che gli serviranno per raggiungere l’autosufficienza saranno addirittura 28, con il risultato paradossale che fino alla soglia dei cinquanta non si potrà dire di essere veramente “adulti”.
Anche il quadro attuale riguardante la gioventù continua ad essere sconsolante: l’esercito di coloro che non studiano e non lavorano, i cosiddetti “Neet”, ha un’incidenza sul sistema Paese quantificabile in 32,65 miliardi – meno dei 34,6 del 2016, ma molto più dei 23,8 del 2008. L’Italia inoltre – con un indice di 130 a fronte della media europea che si attesta intorno a 100 – segna un record negativo per quanto riguarda il divario tra le generazioni: solo la Grecia fa peggio, assestandosi intorno a 150. Per porre rimedio a una situazione che rischia di degenerare, secondo lo studio si devono muovere passi in direzione dell’equità intergenerazionale attraverso un intervento sul fisco effettuato in un’ottica redistributiva. In particolare, sarebbe necessario “un un patto tra generazioni con un contributo da parte dei pensionati nella parte apicale delle fasce pensionistiche con un intervento progressivo sia rispetto alla capacità contributiva, sia ai contributi versati”: un gesto” solidaristico da parte della generazione più matura che gode delle pensioni più generose” sarebbe dunque “doveroso, non solo sotto il profilo etico, ma anche sotto quello sociale ed economico”. A margine del convegno alla Luiss Giuliano Poletti, titolare del Dicastero del Lavoro, ha commentato lo studio dicendo che “serve un grande lavoro di integrazione delle politiche e degli strumenti da parte di tutti i soggetti per un lavoro efficace”. La dinamica “non è nata oggi – ha aggiunto – ma è lontana nel tempo e ha visto un peggioramento con il deflagrare della crisi”. Forse il ministro non ricorda che, alla conta dei fatti, con il Jobs Act non si è fatto che introdurre dei peggiorativi nelle condizioni di chi si affaccia e si affaccerà al mondo del lavoro.
Per l’economista Paolo Reboani, lo studio “conferma ancora una volta quello che altre ricerche ci hanno detto in questi anni. Un profondo disagio, una grave incertezza sul proprio futuro, la difficoltà di entrare sul mercato del lavoro. Si evidenzia quanto la nostra società sia in grave e colpevole ritardo nel costruire un ambiente di lavoro e di welfare favorevole ai millennials”. “Si pone la necessità – argomenta lo studioso – di intervenire sugli strumenti di ingresso sul mercato del lavoro, moltiplicandoli e rendendoli più facili sulla scuola e sul sistema educativo, legandolo in maniera sempre più forte con il sistema delle imprese; sul sistema di welfare, rendendo maggiore l’offerta di servizi per la famiglia e fruibili nell’intero arco della giornata; sul sistema del welfare, permettendo agevolazioni fiscali su previdenza e sanità e nello stesso tempo rendendo possibile un sistema fiscale semplificato e che permetta di scaricare tutto dalle tasse. Insomma, un sistema che pensi anzitutto a creare ricchezza e opportunità, ad aumentare la torta e non a redistribuire quella che già esiste”.