di Annarita D’Agostino

Stop alle delocalizzazioni nel settore dei call center: sarebbe questo l’obiettivo del ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, pronto ad aprire un tavolo con le principali aziende che utilizzano i servizi all’estero per arrivare ad un’intesa di reshoring, vale a dire di “ritorno in patria”. Un protocollo che vale 20mila posti di lavoro, secondo le indiscrezioni pubblicate dal quotidiano la Repubblica, poiché avrebbe l’obiettivo di riportare in Italia almeno l’80% del lavoro oggi svolto da circa 25 mila addetti tra Romania, Albania, Polonia, Croazia, Tunisia, Marocco.
Ad essere interessate dal “piano di rientro” sarebbero soprattutto aziende di telecomunicazioni, energia, banche, assicurazioni, tv a pagamento e multi utility. La bozza di intesa prevedrebbe l’impegno a svolgere il 100% delle attività sul territorio nazionale, garantendo che almeno l’80% dei volumi di chiamate dei call center affidati all’esterno sia effettuato in Italia, sia per l’attività inbound (richieste di chiarimento o supporto) sia per quella outbound (promozione commerciale).
I firmatari dovrebbero accettare di rivolgersi solo a fornitori in grado di garantire alcuni parametri di qualità, come: chiarezza, semplicità e correttezza nelle informazioni; italiano corrente e linguaggio chiaro e comprensibile; risposte adeguate entro tempi contrattualmente definiti; applicabilità della normativa nazionale sul trattamento dei dati personali anche se il servizio è fornito dall’estero; rispetto delle fasce orarie indicate dalla legge per i contatti telefonici.
Soprattutto, le aziende aderenti all’iniziativa si impegnerebbero a non partecipare a gare al massimo, a garantire i minimi contrattuali per le retribuzioni sulla base di accordi con i sindacati, ad applicare nei propri contratti di outsourcing la clausola sociale per assicurare la continuità occupazionale in caso di cambi d’appalto.
Secondo quanto dichiarato dal presidente di Assocontact, Paolo Sarzana, più che di protocollo vincolante si tratterebbe però di una lettera d’intenti: “il protocollo non è obbligatorio, impegna solo le aziende che desiderano partecipare a questo percorso – afferma il numero uno dell’associazione dei contact center – non sono previsti parametri vincolanti o precisi su come erogare i servizi, né obblighi per le aziende ad essere in regola con il Durc e dunque a pagare i contributi ai lavoratori, o ad avere un sistema di certificazione di qualità”. Sono le stesse imprese, dunque, a sollevare dubbi sulla fattibilità ed efficacia del progetto: “senza paletti chiari e inequivocabili, lo sforzo apprezzabile del ministro rischia di trasformarsi in una moral suasion generica. Certo – aggiunge Sarzana -, un tentativo di garantire maggior lavoro in Italia, ma non di rimettere in equilibrio un mondo in cui il servizio offerto non è ancora pagato il giusto. E poi è auspicabile che dal protocollo si passi a una vera riforma del settore, una legge che obblighi tutti a rispettare regole più stringenti”. Insomma, non basta il gentlemen’s agreement del ministro Calenda per dire mai più Almaviva.