di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
La Presidenza della Repubblica è una carica che, per sua stessa natura, dovrebbe simboleggiare l’unità nazionale e rappresentare l’intera cittadinanza, nel modo il più possibile superpartes, con la massima autonomia rispetto agli schieramenti politici. Questo è il principio da cui muovere ogni riflessione sulla scelta del futuro Capo dello Stato, che dovrebbe essere eletto all’inizio del ’29, con un dibattito sui candidati da affrontare senza preclusioni. In questo contesto si collocano le parole di Giorgia Meloni, affidate al nuovo libro di Bruno Vespa, in uscita oggi: il Quirinale, ha precisato, non rientra nei suoi piani, come alcuni media invece suggeriscono, ma è legittimo domandarsi perché debba suscitare scandalo l’eventualità che una personalità conservatrice possa ricoprire quell’incarico. La premier ha parlato di «insopportabile razzismo culturale» verso una parte consistente degli italiani, considerata «figlia di un dio minore», affermando, al contrario, che nessuna area politica può rivendicare un diritto esclusivo alla rappresentanza delle istituzioni. Parole condivisibili, anche perché dall’avvio della stagione bipolare nel 1994, con la cosiddetta seconda Repubblica, sono stati eletti tre Presidenti, Ciampi, Napolitano e Mattarella, nessuno dei quali espressione della cultura di centrodestra, nonostante spesso gli italiani abbiano affidato con le elezioni le proprie preferenze proprio a quest’ultimo schieramento. Senza poi parlare dell’eccezionalità, ormai diventata prassi, del secondo mandato, che ha bloccato ulteriormente l’alternanza alla massima carica dello Stato. Difficile derubricare la questione ad un problema di coincidenze temporali, con la scadenza del mandato presidenziale avvenuto nei periodi nei quali il centrodestra non aveva la maggioranza, perché comunque il buonsenso avrebbe voluto l’individuazione di personalità superpartes e sostenute da larghe intese e non candidati fortemente identitari, come ad esempio fu Giorgio Napolitano, tra l’altro il primo, nella storia della Repubblica, ad essere anche scelto anche per un secondo mandato. Piuttosto, a pesare è stata l’autoproclamata superiorità morale e culturale della sinistra, che ha spesso sostenuto che un candidato espresso direttamente dalla destra non possedesse i requisiti necessari per il Quirinale. Una pericolosa anomalia, capace di indebolire le stesse Istituzioni, la cui credibilità si rafforza quando ogni cittadino può riconoscersi nella loro imparzialità, che ha blindato l’assetto del potere esistente ed impedito al profondo mutamento del corpo elettorale italiano di riflettersi sulla massima carica dello Stato. L’auspicio è che il prossimo confronto sul Quirinale si svolga nel segno del rispetto reciproco, senza esclusioni preconcette, perché il Colle non appartiene a una parte, ma è la casa istituzionale di tutti gli italiani.