di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
La decisione della Corte di Cassazione sullo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto segna un punto cruciale in una vertenza ormai più che decennale, e, se da un lato la pronuncia richiama il valore costituzionale e prioritario della salute e dell’ambiente, dall’altro l’importanza strategica ed occupazionale dell’acciaieria impone al mondo politico e industriale di garantire un futuro al lavoro e alla siderurgia italiana. Bisogna coniugare risanamento ambientale, tutela delle persone e continuità produttiva e lo stop all’area a caldo non può e non deve tradursi nella fine dello stabilimento, né nell’abbandono di migliaia di lavoratori diretti e dell’indotto. La siderurgia è un asset strategico nazionale: senza una produzione propria di acciaio, l’Italia rischia di indebolire filiere fondamentali come la manifattura, le infrastrutture, la cantieristica e la difesa, aumentando pericolosamente la dipendenza dalle importazioni estere. La transizione ecologica deve poggiare su un piano industriale credibile, supportato da investimenti certi, risorse adeguate e cronoprogrammi stretti e verificabili. I forni elettrici e gli impianti DRI – attraverso un percorso graduale che passi dal gas naturale all’idrogeno verde in modo tecnicamente ed economicamente praticabile – possono aprire la strada a una produzione siderurgica sostenibile e competitiva. L’Ugl chiede, attraverso la nostra Federazione nazionale dei metalmeccanici, garanzie per tutti i siti del gruppo, da Taranto a Genova, Novi Ligure e Racconigi, e per l’intera filiera degli appalti, scongiurando una catastrofe occupazionale e sociale. Tali garanzie devono comprendere misure di accompagnamento alla pensione, incentivi all’esodo e il rafforzamento/allungamento degli ammortizzatori sociali, con tutele paritarie per i lavoratori delle ditte dell’indotto. Se gli ammortizzatori sociali e gli strumenti straordinari sono indispensabili nell’immediato, non possono però sostituire una strategia strutturale di rilancio e reindustrializzazione. Il confronto con il Governo e il verbale condiviso lo scorso 27 ottobre sono un passaggio utile, a condizione che si trasformino subito in impegni concreti. Occorrono un cronoprogramma trasparente, investimenti certi, tutela dell’occupazione, formazione e riqualificazione, controlli rigorosi sulla sicurezza e sull’impatto ambientale, coinvolgendo le parti sociali in ogni fase, in un tavolo di crisi straordinario. Non possiamo permettere che questa crisi si trasformi in desertificazione produttiva e sociale: il Paese ha bisogno di acciaio, competenze e industria. La sfida è tenere insieme questi obiettivi al rispetto di ambiente e salute pubblica, facendo della decarbonizzazione un progetto industriale concreto, per difendere il lavoro e la capacità dell’Italia di produrre, innovare e competere.