di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
La crisi energetica e la conseguente pressione inflazionistica continuano a incidere sulla tenuta economica e sociale dell’Europa, con effetti diretti sul potere d’acquisto delle famiglie, sui costi sostenuti dalle imprese e sulla competitività del sistema produttivo. Se le misure adottate a livello nazionale rappresentano un sostegno importante, la dimensione della crisi rende necessario rafforzare l’azione a livello europeo. In questa direzione si inseriscono le iniziative assunte nel vertice bilaterale di Praga tra la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il Primo Ministro ceco Andrej Babiš, con l’obiettivo di portare all’attenzione delle Istituzioni europee alcune esigenze condivise. Nell’ambito del Piano d’Azione strategico Italia-Repubblica Ceca, i due governi hanno infatti scelto di coordinare le rispettive posizioni sul tema energetico, sostenendo la necessità di strumenti europei più adeguati alla fase attuale. Dal punto di vista sindacale, il nodo centrale è garantire che la transizione energetica proceda insieme alla tutela del lavoro e della capacità produttiva e che l’aumento dei costi dell’energia connesso alle crisi internazionali venga affrontato in modo socialmente sostenibile. La richiesta congiunta di Roma e Praga di una revisione del meccanismo Ets, il sistema di scambio delle quote di emissione della Co2, va in questa direzione. Lo stesso vale per l’invito a mantenere un approccio tecnologicamente neutro, garantendo incentivi adeguati non solo per le rinnovabili classiche, ma anche per i progetti legati al nucleare di nuova generazione e per i piccoli reattori modulari e per l’istanza di dedicare un’attenzione specifica al settore automobilistico, che rappresenta una componente strategica dell’industria europea e occupa milioni di lavoratori. C’è poi una seconda lettera inviata alla presidente della Commissione von der Leyen, a fronte dell’impennata dell’inflazione, al 4,2% e legata al perdurare del caro energia globale, nella quale si chiede lo scomputo dell’inflazione dai parametri del deficit consentito dall’Unione, con l’obiettivo di evitare che l’aumento dei prezzi, generato da fattori esterni come i costi energetici, vada a restringere artificialmente lo spazio di manovra fiscale degli Stati. In particolare, il nostro Paese punta a ottenere una “flessibilità aggiuntiva” per sbloccare circa 14 miliardi di euro, già concordati in sede comunitaria per i prossimi due anni, da destinare a un abbattimento strutturale dei costi energetici, per proteggere il potere d’acquisto delle famiglie e garantire la competitività delle imprese di fronte alla crisi. Nel complesso, in attesa dei prossimi vertici Ue, la costruzione di un fronte comune tra Stati membri per rivedere alcune rigidità europee è una mossa importante e condivisibile, anche da un punto di vista sindacale.