India, presente e futuro “serbatoio” di forza lavoro. Circa 357mila professionisti qualificati in uscita contro 132mila in entrata
C’è un Paese, l’India, che, secondo i dati ILO, è uno dei più grandi serbatoi di lavoratori migranti a livello globale. Prima o poi qualcuno ci doveva arrivare: visto che la forza lavoro è un asset strategico per la crescita economica di qualsiasi Paese, perché non farne un bene da esportare, visto che in diversi Stati ad alto reddito – non solo l’Italia – sono caratterizzati da declino demografico e spopolamento asimmetrico, contribuendo ad alimentare le disparità? Lo racconta molto bene un interessante articolo de IlSole24Ore firmato da Marco Masciaga, corrispondente da New Dehli, secondo il quale, sulla base delle previsioni dell’International Labour Organization (ILO) e del Boston Consulting Group (BCG), «il fenomeno del pensionamento dei baby boomer e della loro solo parziale sostituzione sta creando le condizioni perché nei Paesi ad alto reddito si vada creando un vuoto che potrà essere colmato solo in parte mediante i processi di automazione e l’adozione dei sistemi di intelligenza artificiale. Il gap tra domanda e offerta potrebbe arrivare a 50 milioni di posizioni entro il 2030 per poi triplicare nel decennio successivo, interessando non solo i cosiddetti “lavori che nessuno vuole più fare”, ma per quasi un terzo anche quelli svolti dai cosiddetti colletti bianchi». Intanto, l’India è già il principale esportatore netto di talenti al mondo: con i suoi circa 357mila professionisti qualificati in uscita contro 132mila in entrata. «Il governo di New Delhi sta cercando, da tempo, di stringere accordi a livello internazionale per far “sposare” gli squilibri demografici dei Paesi sviluppati con i propri». Lo scorso luglio il ministero degli Esteri indiano ha organizzato il primo Human Resource Mobility Forum e ha siglato dei Migration and Mobility Partnership Agreement con 26 Paesi e, nel recente accordo di libero scambio raggiunto tra l’India e l’UE, è stata raggiunta una cornice normativa per regolare, oltre a quello delle merci, anche il movimento delle persone. L’India, con circa 357mila professionisti qualificati in uscita contro 132mila in entrata, si è confermato come il principale esportatore netto di talenti al mondo. «Secondo le stime della Global Access to Talent from India Foundation, entro il 2030 l’India potrebbe più che raddoppiare il suo export di capitale umano da 700mila a 1,5 milioni di persone», scrive Il Sole24Ore. Con diversi effetti: gli indiani che vivono all’estero inviano a casa rimesse di denaro per 5 miliardi di dollari, circa 3% del Pil e si stima che nei Paesi a basso reddito un aumento del 10% della popolazione emigrata si traduca in un calo del 2,1% di coloro che vivono con meno di un dollaro al giorno. La crescita economica dell’India, per quanto sostenuta, non è sufficiente a creare lavori di qualità per una delle popolazioni più giovani del pianeta. Insomma, ognuno ha il suo mismatch e l’India, del suo, vuole fare una leva economica per colmare i mismatch degli altri.