di Francesco Paolo Capone
Mentre il mondo è concentrato sulle terribili ripercussioni che l’AI potrebbe avere sull’intera umanità, in seguito agli allarmi lanciati da scienziati sulla sua crescita incontrollata, ritengo doveroso, da sindacalista, calarmi e portarvi in un’altra realtà – fino a qualche decennio fa l’unica possibile – che non è fatta di algoritmi, ma ancora di “carne e ossa”.
È scattata stamattina la protesta degli operai dell’indotto dell’ex Ilva. Sono quelli più a rischio, ben 2500, visto che le aziende dell’appalto hanno già dichiarato la loro intenzione di licenziare e che sono ancora più intenzionate a farlo, dopo la sentenza della Corte d’Appello di Milano, che ha decretato in modo definitivo la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto. Le motivazioni della sentenza sono note e non è di questo che vorrei discutere. Ambiente, salute e lavoro sono esigenze che, a mio avviso, hanno pari dignità e pari pericolosità e meriterebbero una doverosa quanto responsabile sintesi, che spetta all’intero sistema fatto di aziende, sindacati, enti locali, istituzioni nazionali. Adesso, si cammina sul filo del rasoio, ma, è l’auspicio, ancora la speranza c’è di riuscire a realizzare quello che non è stato possibile fare prima. Il tavolo di Palazzo Chigi, annunciato per domani, è l’ultima occasione e per riuscire occorre il contributo responsabile di tutti. Non ha senso stare sulle barricate o credere che vi siano parti contrapposte. Le transizioni vanno governate e, a maggior ragione di fronte alla chiusura dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto, occorre garantire, contemporaneamente ambiente, salute, lavoro e produzione. Produzione, quella dell’acciaio, strategica per altri asset industriali, molti dei quali sono già in sofferenza per altre ragioni. Pensiamo, ad esempio, alla Electrolux: il piano della multinazionale svedese prevede oltre 1.400 esuberi in tutta Italia, compresi i 170 dipendenti del sito di Cerreto d’Esi, da dove, domani, partirà un corteo per arrivare fino ai cancelli della fabbrica che rischia la chiusura. Sono attesi diversi pullman dagli stabilimenti di Solaro, Porcia, Treviso e Forlì, per una presenza, stimata, di oltre 300 lavoratori.
Preoccupazione c’è anche per la situazione di Stellantis, per i cali produttivi dovuti alla crisi dell’Automotive, che gettano un’ombra sinistra sul futuro delle produzioni in Italia e quindi di posti di lavoro e stabilimenti. Oggi il Global Head of Stellantis Pro One, Emanuele Cappellano, ha dichiarato che persiste «un’incoerenza» tra la regolamentazione europea e la domanda di mercato, che ancora non sta raggiungendo i livelli di richiesta di veicoli elettrici, coerenti con quello che sarebbe la regolamentazione.
Prima che l’intelligenza artificiale dilaghi, c’è già da combattere e conservare il “lavoro umano”, quello “in carne ed ossa”, che ancora esiste e resiste, messo in crisi da scelte e visioni che, prima ancora dell’avvento dell’AI, hanno messo in crisi interi patrimoni industriali.