di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Le urne della Sassonia-Anhalt con un’affluenza dell’80% hanno decretato il trionfo della Afd con il 44.2% delle preferenze e, soprattutto, il crollo dei cristiano-democratici della Cdu al 18% (metà dei voti dell’ultima tornata elettorale) e la Spd ferma al 9.2%. Una vittoria che sta monopolizzando l’attenzione di quotidiani e TG e che, trattandosi di una destra radicale, è utile alla narrazione di un futuro pieno di incertezza e di strane “alleanze geopolitiche”. Dopo la Germania, “si teme” per la Francia.
Più che entrare nel merito, preferisco da sindacalista sottolineare che ha suscitato meno clamore, soltanto una settimana fa, una notizia per me molto più eclatante e devastante per le prospettive future della Germania e di tutta Europa: in Volkswagen è stato approvato un piano che prevede complessivamente il taglio di 100.000 posti di lavoro entro il 2030 e il rischio concreto di chiusura di quattro fabbriche. Altri marchi (Audi, Mercedes, Bmw e Porche) sono sulla stessa scia. BMW, in particolare, ha pianificato riduzioni dell’organico pari a circa 8.000 esodi volontari entro il 2027. È in pericolo anche la filiera della componentistica, ché dalla crisi dell’automotive subisce impatti di entità superiore. Si prevede che, nel 2035, in Germania saranno persi complessivamente 235 mila posti di lavoro, mentre la forza lavoro persa dal prepandemia (2019) ad oggi è pari al 13%. Questo, sì, che è un terremoto.
Sulle cause di tutto ciò ci si divide: per alcuni, si annovera anche il sindacato, che sarebbe troppo collaborativo, ma il grande accusato è il Green Deal, cioè le politiche portate avanti a Bruxelles da coalizioni che somigliano molto a quella che in Germania ha perso. Secondo altre visioni, la crisi del settore Auto non dipende dal Green Deal. Per Roberto Pietrantonio, presidente Unrae, intervistato, dal quotidiano La Stampa, in tempi “non sospetti” (il 22 dicembre del 2025), le vere cause si chiamano politiche incoerenti, assenza di una visione strategica, costi delle materie prime alle stelle, concorrenza cinese su auto termiche, non elettriche.
Qualunque sia la verità, il dato di fatto è che a votare Afd è stato il 61% degli operai tedeschi e che si è diffuso intorno al Green e alla forza dell’economia tedesca un clima di sfiducia. Quasi per osmosi, la sfiducia si è trasferita su partiti tradizionali e quindi “europeisti”.
Se si vogliono evitare futuri incerti, bisogna cambiare le politiche ambientaliste e industriali dell’UE, dando un’accelerata, cioè una sana applicazione, a concetti come “neutralità tecnologica” e “sovranità energetica”, grazie ai quali diventare competitivi nel mercato globale e salvaguardare, contemporaneamente, interi asset industriali, che oggi, a causa della decarbonizzazione, sono attualmente in profonda crisi, al punto da innescare  effetti sia in termini di impatto sociale che di conseguenze politiche non del tutto controllabili e prevedibili.