di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

La robotica sta entrando rapidamente nei luoghi di lavoro, come confermano due notizie dal Giappone e dagli Stati Uniti, che aiutano a comprendere la portata di un futuro ormai vicinissimo, anche per noi italiani. In Giappone, Mitsubishi Motors sta sperimentando robot umanoidi con IA, capaci di affiancare gli addetti e apprendere le competenze dei lavoratori più esperti. Negli Usa, la Fda ha autorizzato Aletta, un dispositivo che effettua prelievi di sangue automatici, sotto la supervisione di un professionista formato. La robotizzazione è ormai un dato di fatto ineludibile e per questo la domanda da porsi è come useremo le nuove tecnologie, se in senso sociale, per rendere più leggero il lavoro, ridurre le attività ripetitive e rischiose, valorizzare le competenze e migliorare i servizi ai cittadini, o se, invece, per comprimere occupazione e costo del lavoro, ampliando la forbice sociale in favore di pochi. Una scelta essenzialmente politica, decisiva, che riguarda il modello sociale ed economico che vogliamo costruire. L’esempio di Mitsubishi è significativo: in un Paese sottoposto a un forte calo demografico, i robot umanoidi vengono pensati per trasferire ai giovani il patrimonio professionale degli addetti più anziani, utilizzando la tecnologia per rispondere alla carenza di manodopera e per accompagnare il ricambio generazionale. Una prospettiva comunitaria e sociale, molto diversa da un’automazione pensata solo per ridurre gli organici. Come ha sottolineato Gianluca Giuliano, segretario nazionale di Ugl Salute, a proposito di Aletta, la robotica può alleggerire le attività ripetitive e consentire agli operatori di concentrarsi maggiormente sui pazienti. Se una macchina permette di supervisionare più procedure, il risultato dovrebbe essere un rafforzamento dell’assistenza, una riduzione dei carichi di lavoro e servizi migliori. Il tema tecnologico incontra, quindi, quello sociale ed economico, da affrontare con lungimiranza e con una visione di ampio respiro. Anche perché una società in cui la robotizzazione riducesse l’occupazione dovrebbe affrontare conseguenze negative non solo dal punto di vista sociale, ma anche da quello economico, con un problema di domanda interna: i consumi dipendono dal lavoro, dai redditi delle famiglie e dalla possibilità di partecipare alla crescita generata dall’innovazione. Per questo il sindacato deve chiedere alle Istituzioni che l’automazione sia accompagnata da investimenti, formazione, riqualificazione e contrattazione e che la produttività generata dalla tecnologia diventi una leva per migliorare il lavoro, la produttività, la sicurezza ed anche i servizi, aumentando il valore prodotto e distribuendone i benefici. La sfida oggi è decidere quale società vogliamo costruire con i robot e per questo servono politiche industriali e del lavoro capaci di orientare la trasformazione verso la crescita, la coesione e il bene comune.