di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
I numeri elaborati dalla Cna sui dati Eurostat raccontano un’Italia che vive più a lungo, ma che lavora per pochi anni. Nel 2025 la durata attesa della vita lavorativa si ferma a 33 anni, appena sopra la Romania e ben 4,5 anni sotto la media europea di 37,5. Un divario che rappresenta una debolezza strutturale del nostro mercato del lavoro e, soprattutto, una sfida che riguarda la sostenibilità previdenziale del Paese. Perché se è richiesto un numero minimo di anni lavorati per accedere alla pensione ci possono essere solo due modi per ottenerlo: iniziare a lavorare presto oppure uscire dal mercato del lavoro molto tardi. Nel primo caso si ottengono benefici grazie all’indipendenza economica dei giovani, dal punto di vista economico e anche demografico, nel secondo si incontrano, invece, difficoltà, per lavoratori e aziende, pensioni basse e criticità riguardanti la salute e sicurezza sul lavoro. Il confronto con le principali economie europee è eloquente. In Germania la vita lavorativa attesa raggiunge 40,2 anni, in Francia 37,5, in Spagna 36,8, mentre nei Paesi Bassi arriva a 44 anni. L’Italia è migliorata rispetto ai 30,7 anni del 2015, ma nello stesso periodo la media Ue è cresciuta da 34,9 a 37,5 anni. Il risultato è che la distanza non si è ridotta, ma è aumentata da 4,2 a 4,5 anni. Oltre alla questione giovanile, c’è anche quella femminile: le donne italiane hanno una vita lavorativa attesa di appena 28,4 anni, contro i 35,4 della media europea. Il divario tra uomini e donne è di 8,9 anni, il più alto dell’Unione, mentre il tasso di occupazione femminile si ferma al 58%, quasi 13 punti sotto la media europea. E qui il tema è quello della conciliazione, con gli oneri di cura che gravano sulle donne, determinando ingressi ritardati nel mondo del lavoro e carriere discontinue. In un Paese che invecchia rapidamente, questo significa rinunciare a una parte enorme di capitale umano. E significa anche mettere sotto pressione il sistema previdenziale, considerando che la spesa pensionistica italiana assorbe il 15,5% del Pil, la quota più elevata dell’Unione europea. La questione previdenziale, dunque, non può essere affrontata soltanto dal lato dell’aumento dell’età pensionabile: bisogna anticipare l’ingresso dei giovani, aumentare la platea di chi lavora, garantire la continuità delle carriere e la produttività. Servono apprendistato, istruzione tecnica e professionale, formazione continua, politiche di conciliazione e incentivi alle assunzioni stabili. Allungare la vita senza chiedere agli italiani di lavorare sempre più a lungo significa creare le condizioni perché possano lavorare prima, meglio e con maggiore continuità. È questa la vera sfida previdenziale: aumentare il lavoro regolare e qualificato, soprattutto tra giovani e donne, per rafforzare oggi la crescita e garantire domani pensioni più solide e sostenibili.