di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Nel 2025 in Italia sono nati appena 355 mila bambini, il 3,9% in meno rispetto all’anno precedente, mentre il tasso di fecondità è sceso al minimo storico di 1,14 figli per donna. Sono numeri che descrivono una delle principali emergenze del Paese e che chiamano istituzioni, imprese e parti sociali a una responsabilità condivisa. In questo contesto assume particolare rilievo la riflessione proposta da Luca Arnaboldi in un editoriale pubblicato sul Sole 24 Ore, che richiama l’attenzione sul caso di Casale Monferrato, dove nei primi mesi del 2026 si è registrato un significativo incremento delle nascite. Un segnale che dimostra come politiche efficaci, servizi di qualità e un contesto favorevole alle famiglie possano contribuire a invertire la tendenza alla denatalità, che pesa sul futuro economico e sociale dell’Italia. Per estendere questi risultati positivi a tutto il territorio nazionale serve una politica organica che accompagni le famiglie lungo tutto il percorso della genitorialità. Gli aiuti economici rappresentano un tassello importante, ma acquistano piena efficacia se inseriti in un progetto più ampio fondato sulla stabilità occupazionale, sulla crescita dei salari, sulla diffusione dei servizi per l’infanzia, sull’accesso alla casa e su una concreta conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro. La possibilità di costruire una famiglia nasce, infatti, dalla fiducia nel futuro, e la fiducia si alimenta attraverso un’occupazione stabile, retribuzioni adeguate e prospettive di crescita professionale. Il lavoro continua a rappresentare il principale fattore di inclusione sociale e di realizzazione della persona. Per questo motivo la valorizzazione dell’occupazione di qualità, il rafforzamento della contrattazione, il sostegno al potere d’acquisto e la partecipazione delle parti sociali devono diventare pilastri di una politica demografica moderna. La natalità, infatti, costituisce un vero e proprio investimento strategico per lo sviluppo della Nazione. Investire sulla natalità significa puntare sulla crescita economica, sulla competitività, sulla tenuta del sistema previdenziale, sulla coesione e – come giustamente richiama Arnaboldi – anche sulla sicurezza della comunità nazionale, specie nell’attuale contesto geopolitico, economico, migratorio e demografico. Da questa consapevolezza deriva l’urgenza di una strategia strutturale capace di rafforzare il sistema produttivo, sostenere il welfare e garantire la sostenibilità del modello previdenziale. Solo una collaborazione stabile tra tutti gli attori istituzionali e sociali può dare continuità a politiche capaci di accompagnare il Paese nei prossimi decenni. Trasformare la natalità in una priorità strategica significa costruire un Paese più dinamico, più forte e più giusto, capace di offrire alle nuove generazioni una concreta speranza nel futuro.