di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Il decreto della Corte d’Appello di Milano, che ha stabilito la chiusura in 90 giorni dell’area a caldo di Taranto a meno di una bonifica dall’amianto ancora presente, operazione tecnicamente impossibile secondo Acciaierie d’Italia, ha riportato al centro dell’attenzione politica e sindacale il futuro dell’ex Ilva e dell’industria siderurgica italiana. L’obiettivo resta quello di riuscire finalmente a coniugare tutela della salute, difesa dell’occupazione e sostegno alla nostra produzione, elementi fondamentali che devono procedere insieme, senza che l’uno venga sacrificato sull’altare dell’altro, ma la strada appare molto difficile da percorrere. La salute dei cittadini e dei lavoratori è un principio irrinunciabile, così come il risanamento ambientale di un territorio che per troppo tempo ha pagato un prezzo altissimo in termini di impatto sanitario e ambientale. Il risanamento, però, non può coincidere con la rinuncia alla produzione industriale e per questo occorre investire nelle bonifiche, accelerare l’innovazione tecnologica, accompagnare la transizione produttiva e costruire un modello siderurgico moderno, sostenibile e competitivo. Il rischio, altrimenti, è quello di veder esplodere nell’immediato una vera e propria bomba sociale, dato che la chiusura dell’area a caldo avrebbe inevitabili ripercussioni sull’intera filiera siderurgica nazionale, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro tra dipendenti diretti, lavoratori dell’indotto e aziende in appalto. Per l’Ugl non esistono lavoratori di serie A e di serie B: ogni occupazione ha lo stesso valore e merita le medesime tutele. Oltre a questo, si assisterebbe ad una progressiva deindustrializzazione del Paese con conseguenze economiche ed anche di sicurezza nazionale. L’Italia non può permettersi di perdere un settore strategico come quello dell’acciaio, che resta un pilastro indispensabile per l’automotive, la cantieristica, le infrastrutture, la meccanica e l’intero sistema manifatturiero nazionale. Difendere questa filiera significa tutelare la competitività del Paese e la sua autonomia industriale. In questa fase così delicata, accogliamo con favore la volontà del Governo di avviare un piano straordinario e un tavolo tecnico presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy. È un primo passo importante, ma ora occorre trasformare rapidamente gli impegni in azioni concrete. Il prestito ponte di 100 milioni di euro, stanziato dal governo, è un intervento importante, servono, però, investimenti straordinari, una strategia industriale credibile, nuovi strumenti per la salvaguardia del lavoro e una prospettiva certa per il futuro del sito di Taranto e degli altri stabilimenti collegati, definendo un percorso chiaro e condiviso che coinvolga Governo, istituzioni territoriali, impresa e parti sociali, valutando ogni soluzione utile, dall’impegno pubblico alla ricerca di nuovi investitori credibili, al fine di garantire la continuità di tutti i siti produttivi e la tutela dei livelli occupazionali.