di Antonella Marano

“Sono convinta che mi è stata data un’altra opportunità. E non è un caso, ma una prova di vita. Sono decisa a svolgere un ruolo di ‘ambasciatrice’ denunciando il triste fenomeno dei comportamenti di sopraffazione e violenze di alcuni uomini nei confronti delle donne attraverso la mia associazione “Io rido ancora”.  A mia figlia insegnerò che in una relazione deve esserci sempre amore e che deve guardarsi da chi non le dimostra questo sentimento. Il mondo è pieno di uomini perbene, che sanno amare. Mia figlia dovrà imparare a sapersi difendere”.

Alla vigilia della Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne La Metasociale si aggrappa a due pilastri: il coraggio e la speranza. Il coraggio legato alla forza di affrontare il dolore, la speranza di avere un’altra opportunità e, nonostante tutto, ricominciare a vivere.

E l’incipit di questa riflessione racchiude tutto: sono le parole di Carla Ilenia Caiazzo  (http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2016/11/23/AS2avKGF-condannato_compagno_incinta.shtml) pubblicate in una lunga ed intensa intervista su Il Mattino di oggi. Il giorno dopo la condanna a 18 anni di carcere del suo ex compagno che, il 1° febbraio del 2015, a Pozzuoli tentò di ucciderla bruciandola viva dopo averle versato addosso liquido infiammabile. Pur ridotta in fin di vita, la donna riuscì a salvarsi e diede alla luce la bambina. Carla, infatti, era all’ottavo mese di gravidanza. I segni di quella violenza, nonostante gli interventi chirurgici, sono ancora evidenti, ma oggi lei può raccontare la sua storia e potrà infondere l’idea giusta d’amore anche alla sua piccola. Oggi, dopo la condanna di Paolo, inizia la loro battaglia più importante: rimettersi in carreggiata e vivere con serenità, senza più restrizioni, senza più ombre, accogliendo e effondendo (finalmente) luce. Ma Carla vuole fare molto di più: scende in campo al fianco delle donne vittime di abusi grazie alla sua associazione “Io rido ancora”.

La scelta del nome è tutta legata alla sua storia. “L’ultima cosa che lui mi disse prima di darmi fuoco –  ricorda la giovane madre – fu: adesso voglio vedere se ridi ancora. Ebbene sì, io ce l’ho fatta. Io rido ancora”.

“È importante non isolarsi, rivolgersi alle forze dell’ordine o informare almeno i familiari e gli amici. Spesso gli uomini aggressivi confidano proprio nella paura, nella soggezione psicologica delle donne. Non diamogliela vinta”.

“Il mio aggressore – ha raccontato Carla in una lettera indirizzata al Presidente Mattarella e pubblica su La Repubblica –  ha voluto ed è riuscito a deturpare il mio volto. Mi ha ammazzato lasciandomi viva”. Per questo motivo ha chiesto al presidente Mattarella di farsi promotore presso il Parlamento per una legge che riconosca “l’omicidio d’identità”.

“Io – precisa Carla –  come la povera Lucia Annibali (sfregiata al volto con l’acido nel 2013 dal suo ex fidanzato Luca Varani, oggi condannato a 20 anni di carcere – leggi approfondimento http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2015/04/13/16-aprile-2013-il-giorno-in-cui-tutto-sembrava-finito/)  siamo vittime di chi ha voluto cancellarci, distruggere, deturpare il nostro viso. Il viso – ripete – quello che ci consente di riconoscerci e renderci riconoscibili alla società”.

Ed ecco come le storie di Carla e Lucia si intrecciano e si fondono in una sola idea: la necessità di un drastico cambio culturale, rafforzato da campagne di sensibilizzazione, dalla presenza sul territorio di case rifugio e centri anti violenza, soprattutto, dall’impegno concreto dello Stato. A partire proprio da condanne immediate e giuste. Chi sbaglia deve pagare senza scivolare verso ‘strade in discesa’ come il rito abbreviato, le misure alternative alla detenzione o sconti di pena per ‘buona condotta’. Nessun regalo per chi ha la lucidità e crudeltà di distruggere vite. In tal caso proprio nel 2015 la Camera dei Deputati aveva approvato una proposta di legge attraverso la quale il rito abbreviato non potrà essere richiesto per alcuni particolari reati concernenti fatti di sangue o di particolare gravità. Ora è importante che il Senato lo discuta e lo rafforzi. Non si può più temporeggiare.

E’ di queste ore la notizia di un emendamento alla manovra approvato dalla commissione Bilancio della Camera: le risorse per il sostegno alle donne vittime di violenza e ai loro figli aumenta di 5 milioni di euro l’anno. L’interesse e la voglia di fare scudo c’è, ma bisogna fare di più perché il numero dei femminicidi e dei maltrattamenti avanza prepotentemente e senza respiro. Questa notte, a Seveso, in provincia di Monza, una giovane madre è stata strangolata dal marito dinanzi ai due figli (http://www.ilgiornale.it/news/cronache/monza-uomo-strangola-compagna-davanti-ai-figli-1335374.html).

Ecco, i figli, sono proprio loro le prime vittime delle violenze, sono loro a portare sulle loro spalle il peso dell’odio, della rabbia e del non amore. E’ in primis a loro che bisogna guardare, aiutandoli a capire che l’amore esiste e che bisogna saper riconoscere e difenderlo a tutti i costi. Lasciamo che domani sia la giornata della riflessione ma, concretamente, nelle ore successive, cerchiamo di agire e lavorare per un mondo migliore. Lucia e Carla ci stanno provando, sono state vittime di violenza e oggi protagoniste del riscatto. E la vita va avanti. Anzi come racconta nel suo libro Lucia (Io ci sono) il meglio deve ancora venire ed ogni piccola cicatrice che copre il suo volto sarà per sempre testimone della sua grande forza.