di Francesco Paolo Capone
Certo, le incongruenze restano: se, da una parte, in Italia, adesso, si trova e si continua a trovare più facilmente lavoro, dall’altra gli stipendi fanno fatica ad inseguire l’inflazione; se, da una parte, si allunga la vita media e anche l’età in cui si va in pensione, dall’altra, le culle continuano ad essere pericolosamente vuote.
Ma non si può non essere soddisfatti per gli esiti del XXV Rapporto Annuale INPS che confermano il buon andamento del mercato del lavoro in Italia e l’impatto positivo delle misure adottate dal Governo, alle quali, come UGL, riteniamo di aver dato un concreto contributo nell’indicare soluzioni a problemi – come la spinta sulle politiche attive del lavoro – che attanagliavano, e in parte ancora attanagliano il “nostro” mercato. Fatti e dati continuano a darci ragione e questo è motivo di soddisfazione non soltanto per noi. Sì, c’è ancora molto da fare – visto che nulla o quasi è stato fatto in precedenza – per dare spessore e forza alle retribuzioni. Non serve, anche questo è dimostrato dai dati, ricorrere a un salario minimo, che, anzi, sarebbe letale, ma occorre potenziare la contrattazione collettiva, più di quanto in Italia – non lo stesso si può dire per il resto dell’Europa – già non sia. Anche in tale direzione, il governo Meloni ha fatto passi concreti con il Decreto Primo Maggio e l’introduzione del concetto di “salario giusto”.
Sono risultati ottimi, innegabili e incoraggianti: il superamento dei 21 milioni di lavoratori dipendenti nel 2025, con oltre 2 milioni di occupati in più rispetto al 2019 e il tasso di disoccupazione sceso al 5%, ai minimi storici. Risultati che meritano di essere consolidati attraverso il potenziamento delle politiche attive e il rafforzamento della contrattazione collettiva. Va evidenziato come, secondo il Rapporto Inps, insieme allo smart working (che favorisce la natalità), l’accesso al bonus asilo nido ha determinato un aumento della probabilità di occupazione per le madri di circa 6 punti percentuali.
Come ha detto il presidente dell’Inps, la denatalità – e aggiungo io, non soltanto quella – non è un fenomeno demografico e va contrastata con «ecosistema» fatto di lavoro stabile, salari adeguati, servizi all’infanzia, congedi, flessibilità, parità di genere, accessibilità digitale, prossimità territoriale e cultura della condivisione. In realtà, l’ecosistema serve a tutto, anche alla previdenza. Un lavoro stabile e di qualità rappresenta il presupposto per garantire la sostenibilità del sistema previdenziale e, allo stesso tempo, per garantire la sostenibilità delle famiglie e anche dei singoli.
Strategico e fondamentale, in tutto ciò, è anche il ruolo dell’Inps e cioè l’essere garante dell’equilibrio del sistema previdenziale, da una parte, e dell’individuazione, nonché erogazione, di strumenti di turnover generazionale.