Per l’Inps, insieme allo smart working, sono più efficaci dei bonus per la natalità
Nella giornata in cui, al Cnel, si ricorda la figura di Tina Anselmi, che, cinquant’anni fa, diventata la prima ministra della Repubblica, dopo oltre 800 colleghi uomini, autrice, fra l’altro, di una legge sulla parità salariale, lo studio dell’Inps sull’occupazione femminile nel nostro Paese apre ulteriori riflessioni sulle scelte politiche da fare. Secondo gli esperti dell’Istituto, alcune misure potrebbero favorire un incremento della natalità, ma, di converso, potrebbero ridurre la partecipazione femminile al mercato del lavoro. Si tratta di un tema delicato, più volte affrontato anche dalla ministra Marina Calderone con i rappresentanti di Cgil, Cisl, Uil e Ugl nei vari appuntamenti avuti in questi anni. Partendo dal presupposto che il calo delle nascite è dettato soprattutto da motivi economici, il governo, seguendo la linea tracciata dai precedenti esecutivi, ha ulteriormente rafforzato l’assegno unico e universale e il bonus per il neo-mamme. Se, però, tali strumenti di sostegno al reddito non sono accompagnati da un rafforzamento dei servizi per l’infanzia sul territorio, difficilmente le donne rientrano o entrano nel mondo del lavoro. Non è un caso che i sindacati hanno spinto molto affinché il Pnrr guardasse anche ai servizi per la fascia di età fra 6 e 36 mesi. Accanto ai nidi, compresi quelli aziendali, l’altro grande strumento che favorisce la partecipazione femminile è lo smart working.