di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
L’analisi di Luciano Capone sul Foglio coglie un punto centrale del dibattito sul futuro europeo: il tema va oltre la crescita del Pil europeo rispetto a quello americano. Riguarda, piuttosto, la capacità del nostro continente di produrre innovazione e ricchezza nel lungo periodo e la risposta, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti. Da Capone a Capone, in un’omonimia casuale, l’articolo ha il pregio di andare oltre una lettura superficiale dei dati economici, perché, come ricorda nel confronto tra Paul Krugman e Luis Garicano, il problema europeo non si esaurisce nel Pil pro capite o nella ricchezza attualmente disponibile. Oggi l’Europa ha ancora più welfare, più tutele e una migliore qualità della vita rispetto ad altri modelli economici, ma il rischio è che questi standard non siano più sostenibili a lungo termine. Tra rinunciare al nostro modello sociale o, invece, sostenere la crescita produttiva per riuscire a mantenerlo, almeno per noi dell’Ugl, la scelta è chiara. Sul Foglio si richiama giustamente il tema del crescente gap tecnologico con Stati Uniti e Cina, soprattutto nel campo del digitale e dell’intelligenza artificiale, con la conseguenza di una minore capacità di attrarre investimenti, creare occupazione qualificata, aumentare salari e produttività, generare entrate fiscali utili a sostenere il welfare. Bisogna che l’Europa individui e persegua con fermezza e costanza un obiettivo preciso: non dipendere dagli altri per le tecnologie strategiche, così come per l’energia e ora anche per la sicurezza. Le riflessioni di Mario Draghi su queste tre grandi dipendenze europee – difesa, energia e tecnologia – fotografano con lucidità il problema. La guerra in Ucraina, le tensioni geopolitiche e la competizione globale hanno dimostrato che un continente che produce meno, innova meno e dipende dall’esterno diventa inevitabilmente più fragile anche socialmente e politicamente. Per questo serve una svolta, oltre che economica, anche e soprattutto culturale. Riscoprendo il concetto di “sovranismo”, verrebbe da dire, troppo spesso equivocato, da ricondurre al suo significato originario, sostenendo la capacità dell’Europa di essere autonoma e protagonista nella manifattura, nell’industria, nella ricerca e nell’innovazione, nell’energia, nella difesa. Non limitandosi a consumare tecnologie progettate altrove o ad acquistare prodotti realizzati da altre economie, non rassegnandosi a una progressiva terziarizzazione, che impoverisce il tessuto produttivo e rende più precario il lavoro. Tornando, invece, a essere un continente che produce, investe, brevetta, inventa e costruisce filiere strategiche autonome. Difendere occupazione, welfare e benessere significa oggi avere il coraggio di rilanciare l’industria europea, sostenere il lavoro qualificato, investire in energia, accompagnare le imprese in una transizione tecnologica lungimirante senza sacrificare produzione e occupazione. Solo così l’Europa potrà restare fedele al proprio modello sociale senza trasformarlo, lentamente, in un’eredità del passato.