Donald e Xi a Pechino si stringono la mano e concordano almeno sullo Stretto. Ma il vertice si è aperto con un severo avvertimento sul dossier Taiwan

C’è sicuramente da augurarselo, anche se regna l’incertezza sul come e sul quando. La buona notizia è che Donald Trump, presidente Usa, e Xi Jinping, presidente della Repubblica Popolare Cinese, si sono stretti la mano, all’arrivo del leader della Casa Bianca nella Grande Sala del Popolo di Pechino, e «hanno concordato che lo Stretto di Hormuz deve rimanere aperto per sostenere il libero flusso di energia». Questo secondo una nota della Casa Bianca diffusa al termine dell’incontro, nella quale si sottolinea inoltre che «entrambi i Paesi hanno concordato che l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare». Bene, ma da qui a dire che la situazione nel Golfo Persico si sta risolvendo è tutt’altra questione. Sul dossier Taiwan, invece, i due leader hanno convenuto che «se sarà gestita male, i rispettivi Paesi potrebbero scontrarsi o addirittura entrare in conflitto». Ciò nonostante, «entrambi crediamo che la relazione tra Cina e Stati Uniti sia la più importante relazione bilaterale al mondo. Dobbiamo farla funzionare e non rovinarla mai», ha detto il presidente cinese, Xi Jinping. Non meno entusiaste le parole scelte da Trump: «Attraverso i secoli la stima è cresciuta in una relazione che riflette il potenziale dei nostri due popoli», sottolineando anche il «profondo senso di rispetto» che ha legato fin da subito le due popolazioni. Ma, quindi, a Hormuz? Mentre, la scorsa notte, l’Iran ha consentito il transito nello Stretto di Hormuz a diverse navi cinesi, il ripristino della situazione “quo ante” sarebbe un processo molto complesso che, secondo esperti e analisti, potrebbe richiedere diversi mesi o addirittura anni per una completa normalizzazione. Ma, allo stesso tempo, più tardi il processo inizia, peggio è. Tant’è vero che sullo shock energetico causato dal conflitto, secondo l’ex presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, insignito oggi del Premio Internazionale Carlo Magno ad Aquisgrana, le esigenze di investimento dell’Europa «sono diventate immense». «Quella che era già stimata in circa 800 miliardi di euro all’anno di spese strategiche aggiuntive», ha spiegato, «con gli impegni di difesa degli ultimi anni, è salita a quasi 1.200 miliardi di euro all’anno in media».