Numeri migliori nel settore privato, mentre il pubblico prova a recuperare il tempo peso

Il tema dei rinnovi dei contratti collettivi nazionali continua ad essere uno dei piatti forti. Il decreto-legge Primo Maggio, una volta in gazzetta ufficiale, introdurrà, sicuramente, un meccanismo di recupero della cosiddetta indennità di vacanza contrattuale, con l’obiettivo di spingere le parti a raggiungere un’intesa, mentre è da comprendere il mancato rinnovo del contratto collettivo nazionale potrà pregiudicare l’accesso agli incentivi fiscali e contributi. Questo perché il ritardo nei rinnovi contrattuali compromette il potere d’acquisto degli stipendi e, di conseguenza, si affievolisce il concetto di salario giusto. Al netto di questo aspetto, che si chiarirà soltanto con il testo ufficiale, resta il dato Istat relativo al tasso di rinnovo dei contratti collettivi, comunicato nella giornata di mercoledì e riferito a marzo. Rispetto al campione analizzato, sono circa nove milioni i lavoratori e le lavoratrici (pari al 68,8% del totale) che hanno il contratto collettivo vigente. La percentuale sale all’87,9%, se si guarda al solo settore privato. Nel primo trimestre del 2026, sono stati rinnovati sei contratti collettivi nel settore privato ed uno nel pubblico, riferito, però, al triennio 2022-2024. I lavoratori e le lavoratrici con contratto scaduto sono 4,1 milioni, di cui 2,8 milioni del pubblico. Il tempo medio di rinnovo dei contratti collettivi è sceso da 23,1 a 14,9 mesi.