di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Nel dibattito europeo sta tornando in auge un termine che sembrava ormai superato: “austerità”, come risposta alla crisi energetica scaturita dalle tensioni internazionali, soprattutto dalla guerra nel Golfo. Una visione, però, controproducente, che ci riporta indietro nel tempo, a politiche che hanno già dimostrato tutti i loro limiti. L’invito che arriva da Bruxelles, in particolare dal Commissario all’Energia, Dan Jørgensen, in una lettera ai ministri omologhi degli Stati membri, di ridurre i consumi, principalmente nel settore dei trasporti, e introdurre misure volontarie di contenimento della domanda, in vista di una possibile interruzione prolungata delle forniture energetiche legata allo scenario internazionale, rischia di tradursi in un rallentamento diffuso delle attività, con conseguenze disastrose dal punto di vista economico, occupazionale e sociale. Quando si chiede a cittadini e imprese di consumare meno energia, si sta di fatto chiedendo all’economia di fermarsi. La crisi del 2008 e poi i lockdown nel periodo della pandemia avrebbero dovuto insegnarci che rispondere agli shock esterni con politiche restrittive rappresenta un errore fatale e che gli effetti negativi sono duraturi e incidono soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione, ampliando le disuguaglianze e indebolendo il tessuto produttivo. Non possiamo permetterci di ripetere gli stessi sbagli, date anche le difficoltà legate all’inflazione e all’aumento del costo della vita che famiglie e lavoratori stanno già affrontando. In questi anni è stato perso fin troppo tempo, anche a causa di un’interpretazione ideologizzata della transizione energetica che, anziché supportare l’economia del Vecchio Continente, ha generato ulteriori difficoltà. Adesso l’Europa deve scegliere una strada diversa, finalizzata alla crescita, che si fondi su un piano energetico strutturato per superare la cronica dipendenza dalle importazioni, nucleare di nuova generazione compreso, e investimenti per sostenere l’economia. Per questo è necessario riformare regole ormai inadeguate come il Patto di Stabilità: normative che non sono più adatte a un contesto economico e geopolitico profondamente cambiato. Serve maggiore flessibilità, per consentire agli Stati di intervenire tempestivamente con risorse e politiche espansive ad alto moltiplicatore del PIL, soprattutto nei settori strategici, a partire dall’energia. Solo attraverso misure capaci di generare sviluppo e occupazione, possiamo affrontare le sfide che abbiamo davanti. L’Europa si trova di fronte a una nuova sfida e, piuttosto che entrare in una spirale di austerità che comporterebbe una compressione della produzione e dei consumi, stavolta deve essere in grado di affrontarla all’insegna di una strategia coraggiosa, lungimirante, ambiziosa, in grado di coniugare sostenibilità e crescita.