di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
L’analisi proposta da Paolo Reboani oggi sul Tempo coglie un punto essenziale del dibattito attuale sul lavoro, una frattura che il mondo sindacale conosce bene e che non può essere sottovalutata. Da un lato ci sono i numeri, indubbiamente positivi e significativi, con oltre 24 milioni di occupati e un tasso di disoccupazione ai minimi storici, e la crescita dei salari, pari al 3,1% negli ultimi due anni, con gli incentivi ai rinnovi contrattuali e il taglio strutturale del cuneo fiscale. Risultati importanti, frutto delle politiche messe in campo dal Governo. Dall’altro lato, però, c’è una percezione di insicurezza da parte della cittadinanza. Non si tratta soltanto di una questione comunicativa, o meglio, lo è solo in parte. Oltre a questo, c’è qualcosa di estremamente concreto e reale: le misure adottate, in alcuni casi molto incisive ed inedite, basti pensare al cuneo fiscale, mai ridimensionato come in questa fase politica, sono state predisposte in un contesto internazionale eccezionalmente complesso, dalla guerra in Ucraina, con l’abbandono delle forniture energetiche russe, alla questione dei dazi statunitensi, fino alla nuova instabilità in Medio Oriente. Tensioni geopolitiche che hanno inevitabilmente inciso su prezzi, energia e potere d’acquisto, riducendo in parte gli effetti delle politiche, pure consistenti, a sostegno dei redditi da lavoro. È qui che si apre il terreno più delicato. La pressione fiscale, l’aumento dei prezzi e l’incertezza sul futuro incidono profondamente sulla fiducia dei lavoratori e delle famiglie, un segnale che chiama in causa la qualità della crescita e la sua distribuzione, con effetti sulla contrazione dei consumi interni e, anche se per ora non si è verificato, sulla propensione delle imprese a investire. Bisogna proseguire, come suggerisce lo stesso articolo, lungo la strada delle politiche attive del lavoro e della valorizzazione della contrattazione collettiva. Il richiamo alla centralità del lavoro rispetto all’assistenza e alla necessità di rafforzare competenze, formazione e inserimento dei giovani rappresenta un’impostazione che il nostro sindacato ha sempre sostenuto, purché accompagnata da adeguate tutele. Altrettanto significativo è il passaggio in cui si sottolinea che il problema salariale in Italia riguarda «non il salario minimo, ma il salario medio», in sintesi il problema di un lavoro diffusamente “povero”. Un tema reale che va affrontato rafforzando la contrattazione e sostenendo i rinnovi, incentivando il welfare aziendale nelle sue varie forme, come già si è iniziato a fare, e non con soluzioni semplicistiche, come quella del salario minimo orario, che rischia al contrario di produrre un effetto boomerang, livellando le retribuzioni verso il basso. La sfida, non certo semplice, è quella, come giustamente si legge, di «nutrire le speranze e non le paure», continuando ad impegnarsi sul fronte fiscale e redistributivo e su quello delle politiche attive e della formazione, a partire da un dialogo costante tra Governo e parti sociali.