di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale UGL
Sulla base del recente rapporto dell’Osservatorio Rita Levi-Montalcini Svimez-W20 sul tema della parità di genere, al ritmo attuale, serviranno ancora 123 anni per raggiungere una piena uguaglianza tra uomini e donne. L’Italia si posiziona all’11° posto fra i Paesi del G20, primo il Regno Unito e ultima la Turchia, e all’85° posto a livello globale, in questo caso leader l’Islanda e in fondo alla classifica, 148°, il Pakistan. Nel nostro Paese sono in atto dei miglioramenti, ma con ancora diversi ritardi da colmare, oltre che per ragioni di equità sociale, anche per sostenere crescita economica e demografica. Il nodo principale resta la partecipazione femminile al mercato del lavoro, che continua a essere ostacolata da fattori culturali, organizzativi e infrastrutturali, con una maggiore diffusione di sottoccupazione, contratti a termine e part-time involontario. Una situazione fortemente differenziata a livello territoriale, con in coda il Mezzogiorno, dove il tasso di inattività femminile spesso supera quello di occupazione, evidenziando criticità profonde, sia riguardanti le opportunità lavorative, che, anche e soprattutto, scarsità di servizi a supporto delle famiglie e insufficiente sostegno alla conciliazione tra vita professionale e privata, dato che gli impegni familiari rappresentano ancora la principale causa di inattività. Poi si aggiunge il tema delle retribuzioni, con divari significativi in tutte le aree del Paese e in tutte le tipologie contrattuali, con differenze salariali, frutto delle difficoltà riscontrate lungo tutto l’arco della vita lavorativa, che si amplificano nel tempo fino a riflettersi in un gap pensionistico del 44%. E questo nonostante il livello di formazione sia complessivamente alto: nella fascia d’età 25-34 anni sono laureate il 38,5% delle donne contro il 25,5% degli uomini, anche se non va dimenticato il tema del mismatch tra le competenze detenute e quelle richieste dalle aziende. Dal complesso di questi fattori deriva una “segregazione” di molte donne nelle fasce reddituali più basse e la cristallizzazione del modello nel quale all’interno delle famiglie lo stipendio femminile è inferiore rispetto a quello del partner. Il rapporto prende in esame anche la questione della rappresentanza politica: nel Parlamento italiano la componente femminile è del 32%, collocando il Paese all’8° posto fra i membri del G20, ma la presenza nelle istituzioni di livello territoriale resta ancora insufficiente e disomogenea fra Nord e Sud, mentre sarebbe necessaria una partecipazione più equilibrata nei luoghi decisionali. Di fronte a questo scenario, è necessario un cambio di passo, con politiche attive del lavoro più efficaci, investimenti nei servizi e nelle infrastrutture, diffusione degli strumenti di conciliazione. Ma serve anche un’evoluzione culturale, che riconosca pienamente il valore della presenza femminile come fattore determinante per la crescita.