Colpiti anche impianti in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait

La rappresaglia iraniana non si è fatta attendere. Agli attacchi israeliani di ieri contro il giacimento iraniano South Pars, la più grande riserva di gas naturale al mondo, Teheran ha reagito colpendo alcune infrastrutture energetiche sparse nella regione, tra cui l’impianto industriale per la lavorazione e l’esportazione del gas naturale liquefatto di Ras Laffan, in Qatar, e la raffineria di SAMREF, in Arabia Saudita. Attaccati anche alcuni impianti in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti. I raid iraniani hanno fatto schizzare al rialzo i prezzi di gas e petrolio, già in crescita a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, e provocato la reazione delle monarchie del Golfo, limitata a semplici avvertimenti. «La pazienza non è infinita», ha ricordato Riad a Teheran. Pur addossando le responsabilità dell’attacco a South Pars esclusivamente all’alleato israeliano, anche il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha avvertito la Repubblica islamica, minacciando di distruggere South Pars, nel caso in cui l’Iran prosegua gli attacchi contro le strutture energetiche dei Paesi vicini.
La leadership iraniana, mutilata dalle uccisioni mirate da parte di Israele, non sembra intenzionata a fare passi indietro: «La risposta è in corso e non è ancora terminata», ha annunciato il comando operativo dell’esercito Khatam Al-Anbiya in una dichiarazione riportata dall’agenzia di stampa iraniana Fars. L’attacco israelo-statunitense ha aperto uno scenario in continuo divenire che preoccupa la comunità internazionale e le potenze occidentali, rimaste in disparte, almeno fino ad oggi. Nelle ultime ore, infatti, il governo britannico ha annunciato che una coalizione composta da sei Paesi – Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone – è pronta a contribuire a un piano per garantire la navigazione commerciale dello Stretto di Hormuz.