di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Il dibattito sul futuro dello Stato sociale europeo è destinato a diventare sempre più centrale nei prossimi anni. In questo senso, alcune delle riflessioni espresse dall’economista Tito Boeri in un’intervista pubblicata oggi su La Stampa offrono spunti interessanti che meritano di essere approfonditi. Pur partendo spesso da punti di vista differenti rispetto a quelli del nostro sindacato, va riconosciuto che le considerazioni sulla la tenuta dello Stato sociale colgono nodi strutturali che l’Europa e l’Italia devono affrontare con realismo e tempestività. Il welfare europeo rappresenta uno dei pilastri dell’identità del nostro continente, costruito nel corso dei decenni grazie all’equilibrio tra crescita economica, lavoro e solidarietà, ma oggi questo modello si trova stretto tra due pressioni sempre più forti: da un lato la crisi demografica, che riduce la popolazione in età lavorativa, e dall’altro le nuove priorità geopolitiche che impongono maggiori investimenti nella sicurezza e nella difesa. È condivisibile l’allarme sulla necessità di agire rapidamente per salvaguardare lo Stato sociale, evitando che la lentezza decisionale comprometta un patrimonio che ha garantito coesione e diritti a milioni di cittadini europei. Per garantire la tenuta del welfare bisogna affrontare una delle grandi sfide del nostro tempo, il progressivo invecchiamento della popolazione, che mette sotto pressione i sistemi pensionistici e di welfare basati sul principio della solidarietà tra generazioni. In questo contesto, è fondamentale promuovere politiche che sostengano l’occupazione, favoriscano la partecipazione al lavoro e rafforzino i servizi di welfare familiare, a partire da strumenti che facilitino la conciliazione tra vita professionale e vita privata. Si tratta di una direzione nella quale anche il sindacato ritiene necessario investire, perché il lavoro resta la chiave per garantire sostenibilità economica e giustizia sociale. Questo tema, poi, è anche connesso a quello dell’immigrazione, che troppo spesso viene affrontato in modo ideologico: se da un lato i migranti con il proprio lavoro contribuiscono alla tenuta del welfare, dall’altro ne utilizzano i servizi e per garantire un equilibrio in quest’ambito occorre una gestione più efficace dei flussi migratori, distinguendo con chiarezza tra immigrazione regolare e immigrazione clandestina. Regolamentare gli arrivi, programmare i flussi e rafforzare i percorsi di integrazione lavorativa e sociale, governando un fenomeno che esiste e che deve essere gestito con responsabilità, è un passaggio indispensabile, perché l’illegalità genera sfruttamento e tensioni sociali. Al contrario, favorire canali di ingresso regolari e trasparenti può rappresentare un vantaggio sia per la società italiana sia per gli stessi migranti, anche dal punto di vista della tenuta del nostro sistema di welfare.