di Francesco Paolo Capone

L’Italia non poteva “debuttare” in modo migliore in occasione delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026: in meno di 24 ore ha vinto sei medaglie (1 argento e 5 bronzi). La ciliegina sulla torta, però, è stata e resterà, credo, per molto tempo negli anni a venire, la cerimonia di inaugurazione. Un’emozionante celebrazione dell’identità italiana, cioè della nostra cultura, della nostra storia, della nostra arte in tutte le sue forme. E molto diversa da quella scelta dalla Francia in occasione delle Olimpiadi 2024, culminata con la parodia “queer” dell’”Ultima Cena” di Leonardo da Vinci.
Lo spettacolo imponente e vibrante accolto al San Siro Olympic Stadium ci ha riempito di orgoglio perché ha rappresentato la nostra identità, senza per questo escludere o far sentire escluso qualcuno. Ma c’è qualcuno che preferisce sempre distinguersi. Pur rispettando, prima di tutto come sindacalista, il diritto di ognuno di protestare, ho avuto difficoltà a capire la necessità di una manifestazione “contro le Olimpiadi”, che, come voluto risultato finale, ha prodotto e diffuso attraverso le televisioni di mezzo mondo immagini totalmente diverse da quelle create con estrema cura per la cerimonia di inaugurazione, al solo scopo di mettere l’Italia, la loro e la nostra Nazione, alla berlina, associandola alle contestazioni, (secondo loro) alla repressione delle forze dell’ordine, alla mancanza di sicurezza. Incomprensibile e inaccettabile, inoltre, che si sia arrivati a tranciare i cavi della ferrovia per impedire ai treni di partire, mentre altre decine di migliaia di persone lavoravano e si misuravano lealmente con altre nel corso delle competizioni sportive.
Tutto questo non ha senso e non ha senso “fare opposizione” divertendosi a sbugiardare e a infangare l’immagine del proprio Paese. È questo il linguaggio progressista? È questa una dimostrazione di apertura, di inclusione, di rispetto dell’altro?
In realtà è soltanto un brutto spettacolo. Come quello, che ha costretto un cabarettista, invitato a essere uno dei co-conduttore della terza serata del Festival di Sanremo, Andrea Pucci, a rinunciare all’occasione importante di condurre per una sera il Festival della canzone italiana, per aver ricevuto «minacce» e «insulti», denunciando «un’onda mediatica negativa». Inutile dirlo, è stato accusato, anche da quotidiani di “area progressista”, di essere fascista, omofobo, razzista, antimeridionale e misogino.
In poche parole, i progressisti non ti censurano né ti escludono, perché, a forza di massacrarti metaforicamente sulla pubblica piazza, ti spingono all’autocensura e all’autoesclusione. Una tecnica che, però, ha smesso di funzionare.