Tra occupazione in calo e scarsa manodopera. Nei dati Istat e Confindustria, una triste realtà
In Italia, sempre più non è una questione di sfortuna, ma di scelte. Lo dimostrano i dati. Prendiamo quelli diffusi oggi dall’Istat, secondo i quali «a dicembre 2025, su base mensile, il calo degli occupati e dei disoccupati si associa alla crescita degli inattivi». «Diminuiscono i dipendenti a termine (2 milioni 405mila), crescono gli autonomi (5 milioni 227mila) e risultano sostanzialmente stabili i dipendenti permanenti (16 milioni 511mila)», rileva l’Istat. Su base mensile, la diminuzione degli occupati (-0,1%, pari a -20mila unità) coinvolge gli uomini, i dipendenti a termine, i 25-34enni e i 35-49enni; il numero di occupati, invece, cresce tra le donne, gli autonomi e i 15-24enni, rimanendo sostanzialmente stabile tra i dipendenti permanenti e tra chi ha almeno 50 anni d’età. Così, il tasso di occupazione scende al 62,5% (-0,1 punti). Ma il punto è che, secondo l’indagine rapida sull’attività delle grandi imprese industriali elaborata dal Centro Studi di Confindustria, «le attese delle aziende associate a Confindustria sulla disponibilità di manodopera restano stabilmente in territorio negativo». Cioè temono il peggio, nel senso che «il saldo nel mese di gennaio è pari a -1,2%, dopo il -1,4% della rilevazione precedente». Il problema è presente in tutta Europa, infatti esiste l’EU Talent Pool, una piattaforma digitale lanciata dalla Commissione europea per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro tra aziende UE e lavoratori extra-UE. Tra calo demografico e carenza di competenze tecniche, la ricerca di personale tra gli stranieri si intensifica. Secondo un sondaggio del Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere su 2.400 imprese, più di un’impresa su tre (35%) prevede di assumere lavoratori extra-UE nei prossimi tre anni, soprattutto per coprire ruoli di operai qualificati e professioni non qualificate.