di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Stati Uniti e Canada, Francia, Germania, Spagna, Regno Unito, Giappone, Brasile, Svezia: sono alcuni dei sistemi giuridici, anche culturalmente diversi tra di loro, in cui vige la separazione delle carriere in magistratura. È molto più diffusa di quello che si crede, ma nella terra de “Il Gattopardo” cambiare è un problema.
Uno dei più agguerriti paladini della “retroguardia”, il segretario generale della Cgil, proprio ieri, è sceso in campo a suon di bugie e di insulti, schierandosi per il “No” in merito al Referendum confermativo sulla giustizia 2026. Con una sola frase ha colpito due interlocutori, il governo Meloni e i cittadini sulla stessa linea di pensiero, tra l’altro non necessariamente tutti di centrodestra, affermando che «sarebbe bene che questo governo non pensasse che i cittadini italiani sono un mondo di cog…ni che non capiscono quello che sta succedendo».
Quello che sta succedendo, secondo Landini, è che il governo «risponde ad una logica totalmente politica», cosa assolutamente implicita per qualsiasi governo, anche di centrosinistra, che fa riforme. Logica politica, per Landini, utilizzata non soltanto contro la magistratura, ma anche contro il Parlamento e l’informazione. Curioso che l’accusa di «rispondere ad una logica politica» provenga dal leader di un’organizzazione sindacale che ha indetto scioperi generali apparentemente a sostegno della Global Sumud Flotilla (portando a casa zero risultati) e della Palestina, nella sostanza per mettere in difficoltà il governo della sua stessa Nazione, in frangenti molto delicati e scegliendo cause, tra le tante che avrebbe potuto sposare, che hanno davvero poco a che fare con il sindacato e con i diritti dei lavoratori, al punto da inficiare un’arma potente, lo sciopero generale, alla quale i sindacalisti ricorrono, quando diritti e interessi sono fortemente compromessi.
Quando governa il centrodestra, la deriva autoritaria è l’argomento preferito e brandito come un’arma per conferire “appeal” a dichiarazioni sempre più scariche di significato e di aderenza alla realtà provenienti dalle opposizioni.
Basterebbe l’insulto, dunque, per sentire il dovere civile di schierarsi per il «Sì», ovviamente, e per sentire il desiderio di esprimere il proprio voto, rispondendo con i fatti a chi sceglie, ancora una volta, di fare politica attraverso l’insulto.
Le parole feriscono, tanto quanto un’arma, e in una realtà, come quella che purtroppo sta emergendo dalle cronache dei quotidiani, in cui la violenza si manifesta sempre di più – contro le donne, tra i giovani, a scuola, nelle famiglie, nelle case, sui mezzi pubblici, negli ospedali – bisognerebbe scegliere di rappresentare quell’esempio da seguire, che al posto dell’insulto preferisce il confronto, al posto dello scontro la mediazione. Proprio quello che un’organizzazione sindacale è o dovrebbe aspirare ad essere.