di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

A breve il referendum sulla giustizia, eppure ora, al di là di come si deciderà di votare, il tema più discusso sembra essere legato, stando al dibattito politico riportato dai mass media, non tanto ai quesiti nel loro specifico e all’oggetto della riforma, ma alla data nella quale si dovrà tenere la consultazione popolare. Il Consiglio dei ministri la finestra temporale nella quale svolgere il referendum l’ha stabilita: tra il 22 e il 23 marzo, come dichiarato dalla stessa premier Giorgia Meloni. E adesso il comitato del No, oltre che alla riforma promossa dal Governo, si oppone anche a questa decisione, con un ricorso al Tar, accusando l’Esecutivo di aver compiuto una forzatura. La motivazione di queste polemiche risiede nella richiesta di aspettare la scadenza del termine della raccolta delle firme dello stesso comitato, ovvero il 30 gennaio, e non seguire quanto stabilito dal CdM, come previsto dall’articolo 138 della Costituzione e dalla legge 352/1970, con tanto di conseguente firma del Capo dello Stato. L’impressione è che questa “battaglia” relativa alla data, non sia una dovuta ai tempi per organizzare una dettagliata campagna divulgativa – questa la spiegazione, almeno quella ufficiale, data da coloro che si oppongono alla scelta delle giornate del 22 e 23 marzo – perché, comunque, due i mesi abbondanti che mancano alla consultazione sembrano sufficienti ad informare gli elettori. Piuttosto, se venisse posticipata la data e il referendum slittasse ad aprile od oltre, ci sarebbe la possibilità concreta di dover procedere al prossimo rinnovo del Csm, previsto per settembre, con le vecchie regole, indipendentemente dall’esito della consultazione popolare, vale a dire anche in caso di vittoria del Sì. Una volta insediato, il Consiglio Superiore della Magistratura opererebbe per altri quattro anni, e, quindi, un’eventuale riforma dell’organo di autogoverno diventerebbe pienamente operativa solo nel 2030. Non una questione di principio, ma un escamotage per depotenziare il referendum e tener conto il più tardi possibile della volontà dei cittadini italiani. Ecco, se fosse questa la vera motivazione dello scontro in corso, l’immagine del Comitato per il No e di coloro che si oppongono alla scelta delle date non ne uscirebbe “cristallina”: meglio, invece, utilizzare questi due mesi per parlare nel merito dei quesiti e delle conseguenze che avrebbe la riforma sull’impianto della giustizia italiana, difendendo le proprie ragioni, sia che si voglia votare No, sia che si voglia votare Sì, e poi adeguarsi alla decisione del popolo italiano, invece di tentare di aggirare in ogni caso l’esito del voto. Perché non solo il potere Legislativo e quello Esecutivo, ma anche quello Giudiziario, come recita la nostra Costituzione all’articolo 101, è amministrato in nome del popolo, in uno Stato pienamente democratico.