di Marco Colonna

A settembre la stima dei disoccupati, dopo il calo registrato a luglio (-1,1%) e agosto (-0,1%),  riprende a crescere (+2,0%, pari a +60 mila). E l’aumento interessa entrambe le componenti di genere (maschile e femminile) e le diverse classi di età ad eccezione dei giovani di 15-24 anni. Il tasso di disoccupazione, pari all’11,7 %, è in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente.

Il dato statistico aggiornato è fornito dall’Istat che già nei giorni scorsi – come riportato in un precedente articolo di Meta sociale – aveva certificato il flop del Jobs act come spinta propulsiva per creare nuova occupazione.

Nel trimestre luglio-settembre alla sostanziale stabilità degli occupati si accompagna una lieve crescita dei disoccupati (+0,2%) confermati anche su base annua : +3,4%.

La disoccupazione giovanile si attesta su un livello a dir poco inquietante: 37,1%. Per avere un’idea,   il tasso di occupazione dei giovani nel 2008 prima della grande crisi economica era del 50,3%.

Inoltre, s’è stravolto il percorso tradizionale di accesso al mondo del lavoro, in cui alla fine degli studi il giovane diplomato o laureato accedeva ad un’occupazione permanente,  mentre oggi l’approdo  al salario è sostituito da lavori a termine , con  il Jobs act di Renzi che ha peggiorato ulteriormente le aspettative ed aumentato precarietà e disuguaglianze sociali.

I giovani disoccupati sono costretti a ricorrere all’aiuto di nonni e genitori e  gravano pesantemente  sui bilanci familiari, per non parlare di quelli che  cercano migliori opportunità all’estero.

Come conferma il rapporto annuale Istat che offre dei giovani del 2016 una fotografia a tinte fosche: per lo più disoccupati e alla ricerca disperata di un lavoro fisso: sei su 10 vivono con i genitori e il 42% sogna un futuro di vita e di lavoro all’estero.

E in futuro sarà anche peggio, ad ascoltare le previsioni del presidente dell’Istat Giorgio Alleva  che recentemente ha affermato: “Nel 2025 il tasso di occupazione resterà prossimo a quello del 2010, a meno che non intervengano politiche di sostegno alla domanda di beni e servizi e un ampliamento della base produttiva”. Ipotesi (rilancio di produzione industriale e di beni e servizi e ampliamento del welfare) lontanissime dall’agenda economica del governo Renzi.