di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
L’ultimo Gender Policy Report 2025 dell’Inapp restituisce un’immagine del mercato del lavoro femminile fatta di luci e ombre. Da un lato, si registra una crescita significativa dell’occupazione delle donne negli ultimi anni: oltre 600mila occupate in più dal 2021 al 2024, un tasso di occupazione che arriva al 53,9% e un deciso aumento dei contratti a tempo indeterminato. Risultati molto importanti, progressi innegabili, che però non devono impedire di analizzare e quindi affrontare le criticità che ancora persistono nell’ambito delle pari opportunità nel mondo del lavoro. I divari di genere, infatti, restano profondi e, in alcuni casi, strutturali. I confronti con l’occupazione maschile, al 71,4%, e con la media europea, ben più elevata, al 66,2%, evidenziano, comunque, un ritardo da colmare. Resta molto alto il tasso di inattività femminile: oltre il 40% delle donne in età lavorativa è fuori dal mercato del lavoro, una percentuale che nel Mezzogiorno supera addirittura il 56%. Qui emerge con forza il nodo irrisolto dei carichi di cura, che continuano a gravare quasi esclusivamente sulle donne, condizionandone le scelte professionali e limitandone le opportunità. La maternità resta uno spartiacque, a dimostrazione della necessità di servizi adeguati e di un diffuso sistema di welfare aziendale, attraverso le opportune pratiche di conciliazione vita-lavoro. Accanto alla quantità, c’è poi il tema della qualità del lavoro. Le donne sono più esposte alla precarietà, al part time involontario e alle basse retribuzioni. Non è un caso che tra le fasce salariali sotto i 20mila euro annui e tra i lavoratori sottopagati le donne rappresentino la maggioranza dei lavoratori, con una proporzione inversa fra presenza femminile e condizioni retributive. Questo modello occupazionale non solo alimenta disuguaglianze, ma frena la crescita complessiva del Paese, impoverendo il capitale umano e riducendo la capacità contributiva futura. A tutto ciò si aggiungono nuove sfide: il calo demografico e l’impatto dell’intelligenza artificiale, che rischia di colpire proprio quei settori più vulnerabili ad alta presenza femminile. Per colmare questo gap ancora persistente servono politiche attive del lavoro mirate, investimenti strutturali nei servizi per l’infanzia e per la non autosufficienza, una contrattazione che valorizzi stabilità e qualità del lavoro, conciliazione e flessibilità oraria, e un diverso approccio nei confronti dell’occupazione femminile che parta già dalla scuola, incentivando per tutti gli studenti – ragazzi, ma anche ragazze – lo studio delle materie Stem, per acquisire le competenze maggiormente richieste e meglio remunerate. L’occupazione femminile non è solo una questione di equità sociale: è una leva decisiva per la sostenibilità del nostro sistema produttivo e per la crescita complessiva dell’Italia.