di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Il bollettino Istat “Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali – III trimestre 2025” fotografa una situazione in chiaroscuro sul fronte salari e stipendi. Si registra la crescita della retribuzione oraria media del 3,3% nel periodo gennaio–settembre 2025, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, quando già c’era stata una crescita del 3,1%, ma anche un rallentamento nel terzo trimestre rispetto a quelli precedenti. La crescita tendenziale si conferma più marcata per i lavoratori della pubblica amministrazione, con un +3,3%, meno, invece, per i dipendenti dell’industria e dei servizi privati, con incrementi più contenuti, rispettivamente del 2,3% e del 2,4%, a conferma di una persistente difficoltà nel settore privato. Ma, soprattutto, la crescita salariale, pur mantenendosi sopra il livello dell’inflazione, risente di quanto accaduto negli anni passati e non è ancora riuscita a compensare la perdita di potere d’acquisto accumulata nel tempo. In termini reali, secondo i dati Istat, gli stipendi italiani a settembre 2025 risultavano inferiori dell’8,8% rispetto ai livelli di gennaio 2021. Si tratta di un divario che grava direttamente sulla capacità di spesa delle famiglie e sulla qualità della vita dei lavoratori, in un contesto in cui i prezzi restano alti e la ripresa dei consumi interni fragile. Il confronto con i Paesi Ocse conferma il ritardo strutturale del nostro Paese: lo stipendio medio italiano si attesta intorno ai 38mila euro annui, contro una media di quasi 46mila. Colmare questo gap richiede politiche industriali capaci di rilanciare la produttività, l’innovazione e la qualità del lavoro. Crescita economica da un lato, presupposto essenziale per un miglioramento della situazione retributiva, e, poi, rinnovo dei contratti e valorizzazione del lavoro dall’altro. In questo scenario, è condivisibile la riflessione del presidente del Cnel, Renato Brunetta, secondo cui una spinta ai rinnovi contrattuali e alla tutela del potere d’acquisto potrà arrivare dalle misure inserite nella legge di bilancio. Gli interventi previsti nella Manovra in materia di detassazione dei rinnovi contrattuali per i redditi più bassi possono effettivamente favorire un’accelerazione nella firma dei contratti e quelli su premi di produttività e componenti del salario relative ai turni notturni e festivi rendere più “pesanti” le buste paga. In merito ai rinnovi, a fine settembre risultavano in attesa 29 contratti, con circa 5,6 milioni di dipendenti interessati, pari al 43,1% del totale, anche se i dati non includono i recenti accordi per i collaboratori domestici, il Ccnl Sanità e quelli in via di definizione, sempre nella Pa, Funzioni locali e Istruzione e Ricerca, che contribuiranno a migliorare il quadro nei prossimi mesi. Dei segnali di ripresa ci sono, ma la strada da percorrere è ancora lunga.