di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Negli ultimi anni abbiamo assistito al propagarsi di un fenomeno che, dietro la facciata della tolleranza e dell’inclusione, mira in realtà a riscrivere la nostra storia e a demolire i valori che tengono insieme le nostre comunità. La cosiddetta “cultura woke”, quella corrente ideologica di sinistra che, in nome di un presunto progresso, ha estremizzato le rivendicazioni delle minoranze fino a voler cancellare simboli, tradizioni e persino parole considerate non conformi al pensiero dominante. Giusto conoscere la storia, comprese le ombre del passato, e cercare di costruire un mondo rispettoso e inclusivo, profondamente sbagliato, però, colpevolizzare l’intera civiltà europea per ogni stortura avvenuta nei secoli scorsi, perché ogni identità, la nostra compresa, ha diritto di essere rispettata. Alla fine, la “cultura woke”, si è trasformata in un nuovo moralismo che, invece di unire, ha diviso ulteriormente le persone, invece di emancipare, ha introdotto una nuova forma censura, invece di promuovere il merito, ha imposto “quote” e quindi un nuovo tipo di discriminazione. Alla luce di questa situazione, ben si comprendono le parole della Presidente Meloni, pronunciate nel suo messaggio alla National Italian American Foundation, che hanno descritto chiaramente la necessità di opporsi a quanti, in nome dell’estremismo del politicamente corretto, cercano di riscrivere la storia e distruggere le tradizioni condivise del mondo occidentale, in un attacco diretto alla nostra identità ed al nostro senso di appartenenza. Negli Stati Uniti, ad esempio, questa cultura aveva portato alla cancellazione del Columbus Day, gettando nell’ “acqua sporca” dei misfatti del colonialismo, anche il “bambino”, ovvero le imprese dei grandi navigatori italiani e con loro, più in generale, il contributo della comunità italo-americana allo sviluppo degli Usa. Ora Donald Trump ha ripristinato la festa e la Premier, in occasione del 50° anniversario della Niaf ha voluto ringraziare il presidente, e anche ribadire il legame tra l’amministrazione americana e quella italiana, rafforzato dalla comune opposizione a questa deriva culturale. Non si tratta soltanto di difendere “da destra” i valori conservatori, quindi il rispetto della propria storia, il diritto di ogni popolo a riconoscersi nelle proprie radici, ma di qualcosa in più: proteggere l’essenza stessa delle democrazie occidentali, la libertà di pensiero. Impedire una nuova forma di censura che divide i cittadini e che, dalla politica ai media, stava penetrando anche nel mondo del lavoro, dove si stava tentando di sostituire il merito con le quote, il dialogo con la paura di esprimersi, la professionalità con l’adesione ideologica, il saper fare con l’appartenere alla “parte giusta”. Una battaglia, quindi, più che condivisibile, anche da un punto di vista sindacale.