Moda, un asset da difendere. E da cui difendersi? Dalla richiesta di commissariamento di Tod’s, che si dichiara estranea all’accusa di aver agevolato colposamente il caporalato, alla rivolta della Francia contro Shein
Un marchio, che affonda le sue radici nei primi anni del ‘900, «icona globale del lifestyle italiano», ora naviga in bruttissime acque. Brucia il “caso Tod’s” perché parla di caporalato. Brucia, ma non sorprende, perché è soltanto la sesta, in ordine di tempo, griffe del lusso (con Alviero Martini, Dior, Valentino e Loro Piana) finita nel mirino della Procura di Milano. Quest’ultima ha chiesto la misura di prevenzione dell’amministrazione giudiziaria per Tod’s spa per «avere agevolato» colposamente un «pesante sfruttamento lavorativo» nella sua filiera. Detto meglio, sarebbero stati omessi controlli sui subfornitori. La situazione: lavoratori pagati 2,75 euro all’ora per un’attività che «si svolge prevalentemente di notte, nei giorni di festa, Natale compreso, in opifici-dormitorio e con macchinari ai quali, per aumentare la rapidità, sarebbero stati rimossi i dispositivi di sicurezza». Alcuni pagavano «150 euro al mese» per dormire in “camere” messe a disposizione dai titolari dei laboratori, ora indagati». Riscontrata anche la presenza di «refettori» in modo che la manodopera potesse essere «attinta a ciclo continuo h/24 – ha scritto il pm – con particolare produttività nelle ore notturne e nelle giornate festive, allorquando l’incidenza di eventuali controlli da parte degli enti preposti è pari allo zero». Ma dove siamo, in Cina? No, in Italia. E però dalla Cina abbiamo copiato fin troppo bene. Secondo la Procura, la competitività sarebbe talmente elevata da aver «drogato il mercato». Tod’s si dice estranea a tutto ciò e possiamo, forse anche vogliamo, credergli. Ma se sul fenomeno del caporalato – ormai più che noto – non vigila un marchio del lusso italiano, simbolo del Made in Italy, di prodotti che tutto hanno tranne prezzi competitivi, possiamo pretendere lo sia la Cina? È diventato necessario tutelare un pilastro dell’industria italiana, ambasciatore dell’Italia nel mondo e, allo stesso tempo, tutelarci dalle “sviste” e difendere i consumatori. In Francia, con una petizione che ha raccolto 70mila firme in poche ore tra comuni cittadini e storiche firme, si sta cercando di evitare l’ingresso nei templi della moda e del pret a porter francese al gigante cinese dell’ultra-fast fashion, Shein, che intende aprire i suoi primi negozi permanenti niente meno che presso il Bhv Le Marais (struttura inaugurata nel 1856 nel cuore di Parigi) in Rue de Rivoli, alle Galeries Lafayette. L’importante sarebbe non copiare gli aspetti peggiori, la “quasi schiavitù” dei lavoratori, onde evitare l’innesco di pericolosi “corto circuiti”.