Repubblicani e democratici si accusano a vicenda
Senza un accordo sulla legge di bilancio, né sul compromesso proposto dai repubblicani, gli Stati Uniti sono ufficialmente entrati nella mezzanotte di oggi (le sei in Italia) in shutdown, vale a dire quella condizione per cui le attività federali non essenziali vengono bloccate. Come primo effetto non vengono pagati gli stipendi dei dipendenti federali: in congedo forzato quelli che lavorano nelle attività, appunto, non essenziali; gli altri continuano a svolgere le loro mansioni, ma senza retribuzione. Non è la prima volta che succede – lo shutdown è stato già sperimentato in diverse occasioni nella storia statunitense –, ma non si verificava dalla precedente amministrazione Trump. La proposta repubblicana per una proroga dell’attuale legge di bilancio che allungasse i tempi almeno fino a novembre è stata respinta dal Senato, con le parti, democratica e repubblicana, che si accusano vicendevolmente: i dem per non aver visto accolta nessuna delle loro proposte, in particolare sulla sanità; gli esponenti del Gop per l’irresponsabilità dell’opposizione che ha avuto come conseguenza il blocco delle attività del governo. Le ripercussioni sull’economia sono di varia natura, specie nei settori legati al turismo, se si pensa, tra le varie, alla chiusura temporanea di parchi e musei. Il punto è capire l’entità dello shutdown, in un quadro di profonda incertezza politica. L’ultima volta, nel 2019, lo stop alle attività federali durò 35 giorni, il più lungo di sempre nella storia degli Stati Uniti.