di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Sul Corriere della Sera Economia, si approfondisce, in un articolo di Dario Di Vico, uno fra i temi più urgenti dal punto di vista sociale e sindacale, quello del rilancio delle retribuzioni, prendendo spunto dalle parole del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che, per migliorare le condizioni dei lavoratori e valorizzare i salari, oltre agli interventi del Governo sul carico fiscale, ha chiesto alle imprese private di riconoscere aumenti retributivi ai propri lavoratori. Una richiesta più che condivisibile, perché se la direzione intrapresa dal Governo, con il taglio del cuneo fiscale prima ed ora con l’intenzione di un nuovo abbassamento dell’Irpef, per i redditi da 28 a 50mila o forse anche 60mila euro, è quella giusta, non è però possibile pensare che si possa superare la stasi retributiva facendo leva esclusivamente sul fisco, per ragioni di risorse pubbliche ed anche perché in questo processo i datori di lavoro devono necessariamente fare la propria parte. Ad oggi una sofferenza economica legata a salari e stipendi troppo bassi è persistente, non solo fra le categorie più deboli, ma anche all’interno del cosiddetto ceto medio, di cui, secondo i dati forniti dall’articolo, si sente parte il 66% degli italiani, la maggioranza dei quali percepisce un indebolimento della propria condizione economica e prevede per i propri figli condizioni ancora peggiori. Intervenire non è semplice, data anche la difficile situazione internazionale, ma per favorire aumenti adeguati è essenziale il rinnovo puntuale dei Ccnl assieme alla diffusione della contrattazione decentrata, per integrare e migliorare i minimi fissati nei contratti nazionali, legando gli aumenti retributivi anche alla produttività, alla qualità del lavoro, all’innovazione. Eppure, mentre la contrattazione collettiva nazionale ha esteso la sua copertura comprendendo la quasi totalità delle imprese, quella di secondo livello è ancora marginale, mentre andrebbe maggiormente sostenuta e incentivata. Puntando anche sulle diverse forme di welfare aziendale come strumento per elevare il tenore di vita dei lavoratori, oltre alla retribuzione vera e propria. Non solo, ora, che finalmente esiste una legge per l’attuazione dell’articolo 46 della Costituzione, è necessario diffondere la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, per coinvolgere i dipendenti nella valutazione delle condizioni di lavoro e nella definizione e nel raggiungimento degli obiettivi aziendali, con effetti positivi anche sulle retribuzioni. In sintesi, pur dando la necessaria importanza al ruolo regolatore dello Stato ed alle politiche pubbliche, va necessariamente unita la responsabilità sociale delle imprese, anche perché incentivare, attraverso maggiori retribuzioni, i consumi interni, significa investire a lungo termine nella tenuta di tutto il sistema produttivo.