di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Il governo albanese, per contrastare la corruzione negli appalti pubblici, un settore molto a rischio in Albania – e non solo – e spesso al centro di scandali, ha affidato il compito di ministro in questo ambito non a una persona in carne ed ossa, ma, per la prima volta nella storia, all’intelligenza artificiale. L’IA, che avrà un avatar umano, una donna vestita in abiti tradizionali albanesi, ed un nome evocativo, Diella, ovvero “sole”, avrà il compito di esaminare le aziende partecipanti alle gare di appalto per valutare quale sia la migliore e decidere la vincitrice, al riparo da intimidazioni, conflitti d’interesse e tentativi di corruzione, non essendo umana. La notizia della nomina di un ministro digitale in uno Stato tanto vicino al nostro, a una prima lettura potrebbe sembrare una simpatica nota di costume. In realtà, se letta con attenzione, apre questioni di estrema rilevanza sociale e politica. La sfiducia ormai radicata nelle istituzioni e nella politica tradizionale può generare la convinzione che un algoritmo possa sostituirsi all’uomo in funzioni che richiedono responsabilità, trasparenza, rispetto della legalità e sensibilità sociale. Ed in parte questo è vero: la tecnologia può essere un alleato nella lotta alla criminalità e all’illegalità, ma, ampliando lo sguardo, le frontiere che si aprono con questa innovazione potrebbero diventare incontrollabili. La progressiva sostituzione delle persone con macchine “incorruttibili” rappresenta un modello di società in cui l’essere umano viene marginalizzato. Un mondo che da democratico, seppur con tutte le imperfezioni di questo sistema, si trasforma in tecnocratico. Bisogna ricordarsi, però, che anche la tecnologia è realizzata da uomini, che, al contrario dei rappresentanti politici, non sono persone pubbliche, soggette al giudizio degli elettori, ma fanno parte un sistema sviluppato e controllato da pochi soggetti. In questo modo si rischia, quindi, di sottrarre i processi decisionali alla comunità popolare che si esprime attraverso la rappresentanza politica e consegnarli ad entità economiche difficilmente contrastabili. Comprendere questo aspetto non significa rifiutare la tecnologia, ma governarla: ad esempio, se il processo di selezione degli appalti pubblici può essere affidato in parte all’IA, la decisione finale e quindi anche la responsabilità politica va sempre lasciata ad esseri umani, reali e soprattutto soggetti al giudizio popolare. Non si tratta di cosa da poco: la modernizzazione dei processi pubblici è necessaria, ma deve sempre avvenire nel rispetto dei valori democratici. L’intelligenza artificiale può e deve essere un supporto al servizio dell’uomo, ma mai un sostituto che annulla la sovranità popolare ed il processo democratico e questa, le premesse ci sono tutte, sarà una delle sfide del prossimo futuro, non solo in Albania.