di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale UGL
Occorre investire di più – e con maggiore coraggio – nella salute e sicurezza per fermare una strage silenziosa che ogni giorno attraversa il mondo del lavoro italiano. I numeri, purtroppo, parlano da soli: nel primo semestre del 2025 si sono registrati 502 morti sul lavoro, il 7% in più rispetto allo stesso periodo del 2024, di cui 362 in occasione di lavoro e 140 in itinere. Le cause di questo drammatico fenomeno sono note: da una parte c’è il nodo dei costi, con molte imprese che continuano a percepire la sicurezza come una spesa da comprimere, anziché come un investimento produttivo, dall’altra, una questione culturale, che riguarda tanto i datori di lavoro quanto i dipendenti: la scarsa consapevolezza, il sottovalutare i rischi, l’abitudine a considerare certe prassi “normali” anche quando non lo sono. E nei settori più esposti – edilizia, agricoltura, trasporti – queste carenze emergono con più drammaticità. Un altro punto fondamentale – che si connette all’esigenza di non aumentare ulteriormente i criteri per l’accesso alla pensione – riguarda l’età crescente dei lavoratori: nei primi sei mesi dell’anno, il tasso maggiore di infortuni mortali in rapporto agli occupati si registra tra gli ultrasessantacinquenni, mentre in termini assoluti la fascia più colpita è quella tra i 55 e i 64 anni. Poi gli stranieri, sia per motivi culturali di scarsa conoscenza della lingua e delle normative, che per la maggiore presenza nei settori più rischiosi: sono state 108 le vittime straniere di infortuni sul lavoro nei primi sei mesi dell’anno, con un rischio di morte sul lavoro doppio rispetto a quello degli italiani. Servono controlli e la formazione è fondamentale, anche attraverso un addestramento pratico, perché la sicurezza si impara con l’esperienza, con la ripetizione dei gesti corretti, con la capacità di riconoscere un pericolo prima che si trasformi in tragedia. Positiva l’iniziativa del governo di introdurre l’insegnamento della salute e sicurezza nei programmi di Educazione Civica, per formare sia i futuri lavoratori che i futuri imprenditori. C’è poi una sfida ulteriore che non possiamo ignorare: quella dell’innovazione tecnologica. La transizione digitale, l’intelligenza artificiale, l’automazione stanno cambiando radicalmente il modo in cui si lavora. Da un lato possono rendere il lavoro più sicuro, riducendo l’esposizione umana ai rischi. Dall’altro, se lasciate senza regole, possono generare nuove forme di pericolo, nuovi squilibri, nuove vulnerabilità. Anche qui, serve un governo dei processi, non un inseguimento passivo delle trasformazioni. Ecco perché la questione sicurezza non può più restare un tema “secondario” da discutere solo dopo una tragedia, ma diventare una priorità nazionale che deve attraversare politiche industriali, educazione, contrattazione collettiva e informazione pubblica.