Vale per dirigenti e manager pubblici della Pubblica Amministrazione. Oggi, con la sentenza n. 135 del 2025, pur ribadendo che la previsione di un “tetto retributivo” per i pubblici dipendenti non contrasta di per sé con la Costituzione, la Corte costituzionale ha bocciato il tetto fisso di 240mila euro applicato ai dirigenti e ai manager pubblici dal 2014, dichiarando l’illegittimità dell’art. 13, comma 1, del decreto-legge n. 66 del 2014, come convertito, che l’ha fissato, appunto, nel limite di 240.000,00 euro lordi, anziché nel trattamento economico onnicomprensivo spettante al primo presidente della Corte di cassazione.
Ne ha dato notizia il sito dell’agenzia di stampa www.ansa.it. Che cosa succede adesso? Che arriverà un aumento della retribuzione per un migliaio di dirigenti pubblici di prima fascia, di magistrati e anche di manager di società controllate dallo Stato, Rai compresa. Secondo l’agenzia di stampa, tuttavia, è molto più probabile, che l’importo possa cambiare ancora. Il governo starebbe, infatti, studiando una ricalibratura della retribuzione di riferimento che potrebbe essere adottata con un Dpcm o entrare nella prossima manovra con la Legge di Bilancio. Il superamento del tetto per gli stipendi della Pa, del resto, era stato ipotizzato poco meno di un anno fa in una intervista dal ministro della Pa, Paolo Zangrillo: l’idea era quella di realizzare un cambiamento nelle politiche retributive per attrarre talenti manageriali di alto livello e migliorare così l’efficienza e la qualità della Pubblica Amministrazione.
I giudici della Consulta, di fatto, hanno cancellato il tetto a cifra fissa, introdotto dal 2014 dal governo Renzi, e che aveva ridotto lo stipendio dei dirigenti apicali e anche di alcuni magistrati. La norma aveva tagliato ulteriormente quanto già deciso in precedenza dal decreto “Salva Italia” del governo guidato da Mario Monti che nel 2011 aveva usato per la prima volta un tetto per limitare il trattamento economico dei vertici della Pa ad una soglia omnicomprensiva, pari al trattamento economico spettante al primo presidente della Corte di cassazione.