Ex Ilva, da stamattina si tratta a oltranza

A partire da oggi, alle 9.30, riunione fiume al Mimit per il destino dell’ex Ilva di Taranto. Stavolta, dopo 13 anni di odissea, l’impianto siderurgico è a un punto di non ritorno, all’ennesima svolta drammatica per 4.050 lavoratori, dei quali 3.500 nello stabilimento di Taranto. Ecco perché si terrà una riunione a oltranza con tutte le amministrazioni locali coinvolte nell’accordo di programma interistituzionale. Il tono usato dal ministro Adolfo Urso, prima dell’incontro con i sindacati, insieme alla ministra del Lavoro, Marina Elvira Calderone, è stato chiaro: la riunione «sarà decisiva, è inevitabile». Nel senso che la riunione no stop «potrebbe finire in serata, anche in nottata». «Ad ogni modo, io la chiuderò solo quando ci sarà una decisione comune, che potrà essere positiva o negativa». La riunione con i sindacati, infatti, è servita a «illustrare le nostre proposte per la piena decarbonizzazione, che formuleremo in maniera compiuta nella riunione con tutti gli attori istituzionali, potenziali sottoscrittori di cui questo accordo di programma inter-istituzionale che è necessario per il rilascio di un’autorizzazione integrale ambientale (AIA) ai fini sanitari estremamente sfidante». Qui il primo punto dolente: l’Aia, che permette la continuità produttiva dell’impianto. Senza l’Autorizzazione integrale ambientale, tra pochi giorni il tribunale di Milano dovrà emettere una sentenza e potrebbe essere negativa; secondo punto dolente.
I tempi sono molto stretti: giovedì 10 luglio è convocata la Conferenza dei servizi tecnica «che non può non deliberare» e, nella stessa giornata, scade il termine di presentazione degli emendamenti alla commissione Industria e Attività produttive del Senato per il decreto-legge che contiene alcune norme importanti per lo sviluppo della siderurgia in Italia, a partire anche da Taranto. Il secondo “cappio” è la sentenza del Tribunale di Milano, al quale «abbiamo già chiesto dei rinvii e ormai stanno scrivendo la sentenza» e senza l’Aia c’è il rischio concreto, secondo il ministro Urso, che si proceda con la chiusura degli impianti.
In realtà, c’è un altro nodo: nel caso andasse tutto bene, per soddisfare l’obiettivo posto allo stabilimento siderurgico di Taranto, cioè produrre 6/8 milioni di tonnellate di acciaio green utilizzando forni elettrici, non solo è imprescindibile l’arrivo della nave rigassificatrice, ma, secondo Federacciai, «non sono necessarie purtroppo le identiche unità di personale necessarie a quando se ne facevano 10 e anche il cambio di tecnologia porterà sicuramente a una diminuzione del personale». Non per tutti, certo, ma almeno il lavoro e l’acciaio sarebbero ancora in Italia.