di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Chiuse le urne dei referendum, ormai assodato il risultato, negativo per i promotori, ora è giunto il momento di analizzare i dati con distacco e lucidità, in primis sull’affluenza e, nel merito, sulla percentuale di favorevoli e contrari. Innanzitutto, ed è un elemento macroscopico che il cosiddetto mainstream sembra voler ignorare, è legittimo chiedersi quale sarebbe stato l’esito del voto se si fossero scorporati i quesiti sul lavoro da quello sulla cittadinanza, con due consultazioni diverse. Se i primi, pur lontanissimi dal quorum, hanno ottenuto, in base ai dati del ministero dell’Interno, circa 12 milioni di sì, il secondo si è fermato a 9 milioni su 51 milioni di aventi diritto al voto. Segno che i timori connessi ad un’immigrazione percepita come troppo massiccia e poco regolamentata sono ampi e trasversali e che la richiesta degli italiani in questo senso è piuttosto quella di maggiore legalità e sicurezza. Sui quesiti relativi al lavoro, poi, la scelta di molti cittadini di non recarsi alle urne dimostra che, oggi, rispetto alle questioni sollevate dai referendum – centrate sulla precarietà, ma in un contesto di occupazione record, soprattutto a tempo indeterminato – le priorità per la maggioranza degli italiani sono altre. Innanzitutto, la questione salariale: quantitativamente abbiamo raggiunto un’occupazione elevata, ora bisogna che il lavoro migliori dal punto di vista qualitativo. Un chiaro esempio del problema è fornito dal Rapporto AlmaLaurea 2025, riportato dal Sole 24 Ore: limitandoci al settore dei laureati, il tasso di occupazione è molto elevato – oltre il 78% a un anno dalla laurea e più del 90% a cinque anni – un terzo dei giovani laureati è però impiegato in mansioni per cui sarebbe bastato il diploma, mentre le retribuzioni medie restano nettamente inferiori rispetto a quelle dei colleghi che scelgono di lavorare all’estero e questo non fa che favorire la cosiddetta “fuga dei cervelli”. Al di là di questo settore specifico, sul fronte del lavoro in generale sembra rientrato il problema occupazionale, ma resta forte quello salariale, da affrontare in modo serio, perché impatta sull’intero sistema economico-sociale, attraverso mirate politiche fiscali e tramite la contrattazione, compresa la nuova possibilità costituita dalla partecipazione dei lavoratori. Accanto a questo, c’è poi l’altra fondamentale urgenza del mondo del lavoro, lo confermano anche i nuovi dati Inail, quella relativa a salute e sicurezza, da risolvere a monte, per evitare incidenti e quindi tragedie che colpiscono i lavoratori e le loro famiglie, con maggiore formazione a tutti i livelli ed un sistema di controlli coordinato, con un’Agenzia Nazionale che colleghi tutte le forze ispettive. Oggi più che mai serve una visione del lavoro che unisca crescita, dignità, sicurezza e futuro: non scorciatoie referendarie, ma riforme strutturali e condivise.