di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
La complessa questione ex Ilva ha un’importanza specifica, che non riguarda solo la continuità produttiva dell’azienda, il mantenimento dei livelli occupazionali e la tenuta economica e sociale del territorio, ma coinvolge scelte strategiche di ampio respiro. In gioco ci sono il ruolo dell’Italia nella manifattura europea e la sicurezza industriale del Paese e dell’Unione. Il mondo, infatti, sta cambiando, le trattative sui dazi americani sono in corso, la globalizzazione è a un punto di svolta e l’Italia e l’Europa sono chiamate a scegliere se continuare a cedere quote del proprio patrimonio industriale alla concorrenza internazionale o se, invece, invertire la rotta, rilanciare la produzione interna e tornare competitive, difendendo occupazione, coesione sociale, autonomia strategica. In sintesi il proprio sistema economico-sociale ed anche politico. Per questo è condivisibile il richiamo del presidente di Confindustria da un lato alle istituzioni nazionali, ricordando che «senza Ilva dovremo comprare acciaio all’estero» e dall’altro a quelle europee, affermando che, per evitare la deindustrializzazione, se la Commissione ha preso atto degli errori fatti in passato, «ora serve la cura, velocissimamente» mentre «le risposte sono lente». La crisi del polo siderurgico non può essere ridotta a una questione locale: si tratta, piuttosto, di decidere quale direzione prendere nel contesto globale. Al termine dell’ultimo incontro con i sindacati, il ministro Urso ha confermato l’intenzione del governo di garantire la ripresa produttiva attraverso un percorso di decarbonizzazione, con l’introduzione di forni elettrici. Ma la fase di stallo che persiste desta forte preoccupazione, anche alla luce delle complesse trattative in corso con la cordata azera sostenuta da Baku Steel Company e Azerbaijan Investment Company. A pesare sul processo ci sono almeno tre nodi irrisolti: il rilascio dell’Autorizzazione Integrata Ambientale, il via libera dell’Antitrust e l’autorizzazione per l’approvvigionamento energetico tramite nave rigassificatrice nel porto di Taranto. A questi si aggiungono gli effetti dell’incidente avvenuto di recente nello stabilimento, che ha ulteriormente aggravato una situazione già fragile e incerta. Le organizzazioni sindacali, a partire dalla nostra Ugl Metalmeccanici, in vista del nuovo incontro che si dovrebbe tenere la prossima settimana, invocano un cambio di passo, chiedendo concretezza e soluzioni rapide per uscire da una crisi prolungata che minaccia la continuità produttiva, l’occupazione e l’indotto. Il rischio non è solo economico, ma anche sociale: ogni ritardo alimenta sfiducia e fratture in un territorio già provato. Ricordando che il caso Ilva è molto più di una vertenza industriale: è un asset strategico, un banco di prova per la politica industriale italiana ed europea.