di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale
La situazione è molto più che delicata per l’ex Ilva, perché coinvolge le istituzioni, nazionali, locali fino alla magistratura. Quindi bisogna muoversi con molta circospezione per il bene dei lavoratori stessi, dei cittadini e dello stabilimento industriale che, è bene ricordarlo, non sarà ancora il secondo più grande d’Europa, ma è certo uno dei più importanti. Dall’acciaio dipendono altre strategiche filiere: quelle, per dirne alcune, dei macchinari, degli autoveicoli, degli edifici e degli imballaggi. Ovviamente Acciaierie d’Italia, già prima di quest’ultima crisi, non copriva tutto il fabbisogno nazionale, ma con il sequestro e lo stop produttivo dell’Altoforno 1 non si arriverebbe neanche alla metà di quel fabbisogno, a tutto vantaggio di colossi neanche europei, ma dell’estremo Oriente.
Ecco perché con urgenza e, allo stesso tempo, con attenzione va sottolineata una verità, anzi la verità; la stessa che ieri ha espresso il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini: l’Italia, a tutti i costi, deve riuscire a salvare la sua produzione di acciaio, perché senza acciaio non c’è industria. Altrimenti condanneremmo l’industria italiana a comprare prodotti, peraltro più scadenti, dalla Cina e dall’India, cosa che già avviene, le più interessate ad un naufragio definitivo dell’acciaio italiano. Ciò avrebbe delle gravissime conseguenze sulla produttività generale e quindi sulla crescita dell’intero Paese, mettendo a rischio decine di migliaia di posti di lavoro e anche di più. Non si tratta di fare, qui, terrorismo psicologico, ma di raccontare la realtà per quello che è.
Altrettanto se non più grave, infatti, è il tema delle ripercussioni sociali che il ricorso così immediato e massiccio alla cassa integrazione comporta già adesso e comporterebbe nell’immediato futuro, insieme alla questione ambientale, tema che con l’ultimo piano sottoscritto mesi fa per il rilancio e la produzione green di acciaio si sarebbe contribuito a risolvere. L’acciaio italiano non è importante solo per la nostra penisola ma anche per altre produzioni europee, già in affanno, a causa di quel processo di decarbonizzazione, in parte condivisibile alla luce di questioni ambientali che vanno risolte, ma che tuttavia, a causa delle regole stringenti e ideologiche contenute nel Green Deal, hanno finito per creare una fatale equivalenza tra decarbonizzazione e deindustrializzazione. Quindi, giusto continuare la trattativa con gli azeri, altrettanto giusto spendere tutte le risorse necessarie per salvare un fondamentale patrimonio industriale e occupazionale nazionale.
Condividiamo le parole del presidente di Confindustria quando afferma che il sito deve essere aiutato e protetto, perché l’industria italiana ha bisogno di acciaio e perché, aggiungiamo noi dell’UGL, gli operai e i lavoratori italiani hanno bisogno di lavoro e quindi di produzione.