di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

I dati sulle pensioni resi noti dall’Inps confermano un’emergenza silenziosa che colpisce milioni di donne italiane: il gap pensionistico di genere, ormai vicino al 32%, un campanello d’allarme che non possiamo più permetterci di ignorare. Questi numeri non sono casuali: riflettono con estrema chiarezza un mercato del lavoro ancora profondamente iniquo, dove le donne – pur essendo in media più istruite degli uomini – continuano a percepire stipendi inferiori del 20%, sono spesso costrette ad accettare contratti precari o part time involontari e incontrano enormi difficoltà nel conciliare i tempi di lavoro con quelli familiari. Tutti elementi che, nel lungo periodo, determinano una minore continuità contributiva e, di conseguenza, pensioni decisamente più basse. La vera questione che abbiamo di fronte è quella della conciliazione tra vita professionale e personale. È inutile minimizzare o negare l’importanza di questo tema in nome di un’uguaglianza teorica: ad oggi, la cura dei figli, degli anziani e dei familiari non autosufficienti continua a ricadere in modo sproporzionato sulle donne. E se non si affronta in modo strutturale e sistemico questo dato di fatto, attraverso misure organiche di sostegno alla genitorialità, flessibilità organizzativa nei luoghi di lavoro e un sistema di welfare più efficiente, ogni altra iniziativa rischia di essere inadeguata. Per questo è necessario incentivare le imprese che adottano pratiche realmente “family friendly” e promuovere contrattazioni aziendali e territoriali che includano strumenti concreti per la conciliazione. La valorizzazione della maternità e della cura familiare non deve essere un ostacolo alla carriera, né, tanto meno, una condanna a carriere discontinue e pensioni povere. Questo tema, inoltre, è strettamente legato alla questione demografica: sostenere le lavoratrici significa anche contribuire a invertire una tendenza negativa che minaccia la sostenibilità economica e sociale italiana. Non è quindi solo una questione di equità di genere, ma una vera e propria necessità strategica nazionale. A fianco di queste misure, c’è un altro ambito su cui è fondamentale investire: l’accesso delle donne alla formazione scientifica, tecnologica e digitale. I settori Stem offrono oggi alcune delle opportunità lavorative più stabili, meglio retribuite e con maggiori possibilità di crescita professionale. Eppure, le donne sono ancora largamente sotto-rappresentate in questi ambiti, per motivi che vanno dai pregiudizi culturali alle carenze nell’orientamento scolastico. È ora di superare questi ostacoli con politiche educative mirate, per promuovere una maggiore presenza femminile nei settori ad alta innovazione, liberando finalmente il potenziale inespresso di molte donne, a vantaggio di un mercato del lavoro più inclusivo, ma anche della crescita dell’intero Paese.