Arrivato a Mosca l’inviato Usa Steve Witkoff

C’è la questione delle regioni ucraine (Crimea, Kherson, Zaporizhzhia, Donetsk e Lugansk) che ormai la Russia reputa parte integrante del proprio territorio, stando alle parole del portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov. C’è la questione dell’eventuale dispiegamento di peacekeeper europei in Ucraina, che oggi la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha ribadito come Mosca lo ritenga uno scenario «assolutamente inaccettabile». E poi c’è la questione del Kursk, dove le forze russe stanno riconquistando posizioni (il ministero della Difesa ha annunciato la liberazione di Sudzha, il principale centro abitato della regione occupata dalle truppe di Kiev). In più, come già sostenuto dal consigliere per la politica estera del presidente Putin, Yuri Ushakov, citato da Ria Novosti, c’è la convinzione che una breve tregua in Ucraina sarebbe utile a Kiev per riprendere fiato. Alla fine è stato Vladimir Putin in persona ad affermare, in conferenza stampa dopo l’incontro con il presidente bielorusso, Alexander Lukashenko, che «non siamo a favore della tregua di 30 giorni, ma di una pace duratura». La proposta di cessate il fuoco che Washington e Kiev avevano concordato a Gedda appare perciò ora in salita, nonostante le parole di Donald Trump, il quale ha minacciato «sanzioni devastanti» alla Russia in caso di rifiuto. Il quadro si delinea malgrado l’arrivo a Mosca dell’inviato speciale della Casa Bianca, Steve Witkoff (confermato ad ogni modo per stasera il vertice a porte chiuse con Putin). Da parte sua Lukashenko, prima dell’incontro con Putin, aveva affermato di sapere «per certo che gli americani non hanno alcun piano per il conflitto ucraino, assolutamente nulla».