Scotto che pesa
L’Italia continua ad essere sempre molto esposta rispetto ai prezzi energetici. Non a caso, soprattutto Confindustria continua a battere il chiodo sul versante delle imprese, mentre Cgil, Cisl, Uil e Ugl chiedono da tempo di guardare anche alle famiglie. I primi mesi dell’anno hanno visto una impennata, in particolare, del prezzo del gas, con un confronto impietoso sia se consideriamo l’Europa nel suo insieme rispetto agli Stati Uniti (50 euro al megawattora per l’Unione europea, quattro volte più di quello americano) sai se consideriamo il nostro Paese nei confronti della media Ue (in Italia, il costo dell’energia è maggiore, in questo momento, di almeno il 50%). Del resto, nell’ultimo quarto di secolo, il prezzo dell’energia in Italia è sempre stato più alto della media europea, con i picchi in coincidenza della crisi del 2008-2009 e poi nel 2011; la forbice è tornata a riaprirsi nel 2024. Se è vero che il costo medio dell’energia è oggi meno della metà di quello dell’inizio della guerra Russo-Ucraina, è pur vero che, rispetto a Germania e Francia, ci sono maggiori costi nell’ordine di 40-50 euro per megawattora. Da più parti, però, davanti ad un tale scenario ci si è interrogati su due aspetti: su come si forma il prezzo dell’energia, che ha come polo di riferimento il Ttf di Amsterdam, e, soprattutto, sulla sostenibilità economica e sociale dei margini di guadagno per le compagnie. Aspetto, quest’ultimo, che apre una sfida tutta interna al sistema delle imprese, fra chi consuma molta energia e chi questa energia la vende.