di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl

Comprensibilmente distratti dagli eventi straordinari determinati dall’instabilità geopolitica e dal cambiamento epocale che all’Occidente sta imprimendo la politica decisionista e pacifista del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, alcuni problemi di urgenza nazionale e continentale rischiano di passare in secondo piano.
In un’intervista al quotidiano Il Messaggero, il presidente di Anfia, Roberto Vavassori, Associazione nazionale che riunisce i produttori della componentistica auto, carrozzieri, progettisti e costruttori, che rappresenta circa 500 imprese in Confindustria, ha lanciato un allarme, chiedendosi ironicamente se non sia a questo punto necessario invadere Bruxelles, così come hanno fatto con i trattori gli agricoltori. C’è evidentemente bisogno di fare capire la gravità della situazione in cui versano le imprese del settore e, come sempre, con esse i relativi posti di lavoro, diretti e dell’indotto. A causa delle multe miliardarie che nel 2025 potrebbero abbattersi sul sistema Auto, nell’ordine di miliardi a due cifre, se non saranno raggiunti gli standard imposti dall’Ue sulla vendita di auto elettriche, sono a rischio mezzo milione di lavoratrici e di lavoratori. È inutile, in effetti, parlare di neutralità tecnologica se poi non si interviene su standard e relative sanzioni per l’elettrico.
Ma oggi von der Leyen ha dato una prima risposta, dando ragione (per la seconda volta) tardivamente all’Italia: la Commissione Ue proporrà entro fine mese un emendamento per una modifica mirata al regolamento sugli standard di CO2 sui veicoli commerciali e leggeri. Speriamo che basti, soprattutto a convincere i cittadini europei più riottosi ad acquistare auto elettriche, ad oggi troppo costose, e guadagnare tempo per disseminare il grande Vecchio Continente di tutte le infrastrutture adeguate a ricaricare le auto.
Resta infatti il problema di affrontare il non semplice passaggio da una tecnologia, motore a combustione, ad un’altra. Cosa fare? L’Italia sta dimostrando una velocità di implementazione del Pnrr superiore ad altri Paesi Ue e di aver già speso il 63% delle risorse, ben oltre la media europea che è del 48%. Ma a livello di singole misure e tra quelle meno performanti, cioè con un livello di spesa inferiore al 25%, ci sono le politiche attive del lavoro.
È evidente che le profonde trasformazioni innescate dal progresso tecnologico e dalle transizioni in atto richiedono urgentemente un rafforzamento delle politiche attive nel nostro Paese, utili ad attraversare, se ben architettate, gli eventi epocali in atto con un impatto meno traumatico di ciò che oggi si riesce a prevedere sia a superare il mismatch tra domanda e offerta di lavoro, altro fenomeno che caratterizza l’Italia, ma non soltanto. Il successo del Fondo nuove competenze dimostra che si può fare.