di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale Ugl
Mentre prosegue l’iter per l’approvazione della proposta di legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, oggi, un articolo su Milano Finanza analizza un aspetto interessante che riguarda il futuro del lavoro in Italia, ovvero il possibile rapporto fra la stessa partecipazione e l’evoluzione tecnologica, in particolare in riferimento all’intelligenza artificiale. Come Ugl, sosteniamo da sempre la partecipazione, come strumento di democrazia economica e miglioramento sia delle condizioni di lavoro dei dipendenti che della produttività delle imprese, e questa analisi non fa che confermare l’importanza dell’attuazione dell’art. 46 della Costituzione, anche in un contesto di lavoro digitalizzato. Se vogliamo che l’IA sia una risorsa e non un fattore di esclusione sociale, è necessario un nuovo patto tra imprese, lavoratori e istituzioni. La produttività del futuro non si costruisce con la precarietà, ma con la partecipazione attiva di chi, ogni giorno, contribuisce alla crescita delle aziende e del Paese e, se una IA calata dall’alto e volta a ridurre il costo del lavoro e l’occupazione può essere un grave pericolo sociale, all’interno di un modello partecipativo la sua diffusione potrebbe, invece, rivelarsi positiva per la produttività e per rendere la partecipazione stessa più efficace. Come ricorda l’articolo in questione, infatti, l’intelligenza artificiale potrebbe migliorare l’accesso alle informazioni aziendali, favorendo trasparenza e consapevolezza sulle performance e quindi sulle scelte strategiche da compiere, supportare processi decisionali condivisi, consentire ai lavoratori di contribuire attivamente alle innovazioni organizzative e produttive, sostenere l’occupazione e la riqualificazione, evitando che la tecnologia diventi una minaccia e trasformandola invece in un’opportunità per creare nuovi ruoli a maggior valore aggiunto ed, infine, rafforzare la meritocrazia e la contrattazione collettiva, fornendo analisi oggettive che possano migliorare le relazioni industriali e favorire accordi più equi. Come sempre, quindi, il pericolo non è tanto nello strumento in sé, in questo caso quello digitale, ma nell’uso che se ne intende fare e così anche l’IA potrebbe diventare un’alleata del mondo del lavoro, ma solo se inserita in un modello organizzativo che valorizzi il coinvolgimento dei dipendenti, mentre, se fosse imposta senza regolamentazione e consultazione, potrebbe portare a un’ulteriore distanza tra imprese e forza lavoro. Come è accaduto qualche anno fa con la globalizzazione, si tratta di imprimere una dimensione sociale ai fenomeni in atto, governandoli per ottenere un benessere diffuso anziché un ulteriore ampliamento della forbice sociale e, attraverso la concretizzazione del principio partecipativo si potrebbe fare un passo avanti importante in questa direzione.